L’amicizia si misura col due. Pietro Citati e Carlo Diano

Francesca Diano
― 29 Marzo 2023

Un’immagine può racchiudere universi. Un’istantanea, immobile, immutabile del volversi del tempo. Da una simile immagine vorrei iniziare.

Due uomini di profilo, l’uno di fronte all’altro, una sera d’estate a Bressanone, nell’anno in cui l’uomo posò il piede sulla Luna.

Le amicizie, se legami duraturi e così rari di affetto reciproco, di affinità, stima e nutrimento spirituale, definiscono una persona. Raccontare quell’intreccio di sfumature, declinazioni e confluenza di anime che è un’amicizia è complicato quanto raccontare di un amore. Dove sono i confini? Dove il centro? E talvolta può anche accadere che un simile convergere di anime avvenga in un medesimo punto esterno allo spazio-tempo in cui ci muoviamo, tra chi è vivo e chi è vissuto. E allora avviene che ci si leghi a uno o più autori, poeti, artisti, pensatori del passato, a qualcuno insomma che abbia lasciato segni significativi – o a volte non così visibili – del proprio passaggio e gli si dedichi una vita di studi, di amore e di ricerca ma, soprattutto, che lo si voglia tenere accanto, lo si voglia far rivivere come nostro contemporaneo. Perché anch’essi li sentiamo amici.

Credo junghianamente che ogni amicizia, come ogni amore, rispecchi, manifesti e proietti una parte di noi e perciò è nell’insieme delle amicizie e degli amori vissuti che si compie quel lungo, spesso tortuoso processo di individuazione, che conduce all’unità che è percorso e mèta. Così, raccontare di un’amicizia significa anche raccontare la storia di due anime.

Ora, Citati e Diano in questo erano affini; avevano dell’amicizia una visione molto simile, una visione epicurea. Anzi, Citati aveva persino creato un suo κῆπος alla Castellaccia, che davvero si prestava a diventare – credo così lo sognasse – una novella società degli amici, come Diano definì l’eletta rivoluzione filosofico-etico-sociale di Epicuro. Né entrambi si stancarono mai di tessere legami tra i propri amici, vivi e morti, poiché la gioia sta anche nel condividere ciò che si ama. E tuttavia, “la legge dell’amicizia si misura col due” ed è così che loro si misurarono:

Perché le dottrine sono una cosa e gli uomini sono un’altra, e se si vuole agire su di loro, bisogna prenderli ad uno ad uno. Ma, a parte l’agire, questa è già la legge dell’amicizia, che, come dice Plutarco, si misura col due. Giacché gli amici possono essere anche molti, ma il discorso è sempre tra me e te, se deve venire da un cuore e giungere a un cuore. Ε questo il primo a capirlo, ed è il tratto più grande del suo genio, fu Epicuro.

L’immagine dunque. Seppure si fossero visti e sentiti in precedenza, il mio primo ricordo visivo di un loro incontro fisico, quasi un fotogramma, è appunto a Bressanone, l’estate dello sbarco sulla Luna, nel 1969. Loro due in piedi nella sera estiva, l’uno di fronte all’altro, fra le aiuole fiorite della piazza del Duomo illuminata dai lampioni, a discorrere intensamente. O meglio, mio padre parlava con la voce e con il corpo e Citati ascoltava con gli occhi che brillavano. Parlavano di Eraclito? O di Goethe? O dell’imminente grande progetto della Valla che stava per essere finalmente varato? In quell’immagine ormai incisa nella memoria, legata anche ad altro che avrebbe cambiato per sempre il corso della mia vita, a pensarci ora, si manifestava la potenza del καιρός, non meno che dell’evento, come Diano lo intende. Ma tutto questo lo si comprende solo a posteriori.

Mio padre, Direttore dei Corsi Estivi dell’Università di Padova, che aveva contribuito a fondare negli anni ’50, quell’agosto aveva organizzato un convegno dal titolo Figure e simboli nel sacro, nella letteratura e nell’arte e lo aveva invitato a parlare. Il giovane Citati – non aveva ancora quarant’anni – che stava terminando di lavorare appunto al Goethe, scelse di tenere una relazione sulle Madri nel Faust. Fra gli altri relatori del convegno, oltre a Diano e Citati, c’erano anche Elémire Zolla e Sergio Bettini.

Pietro Citati, che nutriva una vera e propria venerazione per mio padre, era un uomo di cultura vastissima e inquieta, dall’intelligenza mercuriale, con un fiuto straordinario per captare l’essenza degli uomini e dei tempi, dotato di una vorace curiosità esplorativa, ma anche con un ottimo naso per gli aspetti economici della cultura, determinato e, soprattutto, con una visione; una magica combinazione di qualità e capacità senza le quali la Fondazione Valla non sarebbe mai nata.

Anche se allora ero appena una ragazza, queste furono in parte le sensazioni che ne ebbi in quei giorni e che nel tempo si confermarono. Mi colpirono anche i tratti dolci e arrotondati del suo viso sotto la fronte vasta, fra cui però si rifugiavano delle brevi vallate di ombre, e mi parve che proprio quelle zone di chiaroscuro rivelassero una parte più profonda e protetta. Poi, negli anni, quelle vallate si fecero più fonde.

Ma se quel volto dolcemente collinoso poteva suggerire delicatezze e tenerezze, i giudizi tranchant e l’inappellabile diagnosi di imbecillità dedicata a molti, colpevoli di non essere dei geni, gli conferivano quel tanto di sulfureo così necessario a un grande intellettuale che tale dir si voglia. In modo analogo mio padre usava l’appellativo apparentemente più blando di “cretino”, ma con tale intenso vigore, da spogliarlo di ogni morbidezza. Ci si divertivano sempre molto e quasi sempre, o sempre, avevano ragione.

Si poteva intuire già allora che fra quei due uomini ci fosse un’intesa non superficiale. Dissimilissimi, erano però anime affini, o meglio complementari, nelle passioni, nei giudizi apparentemente estremi e invece accuratissimi e nella visione del futuro. Sempre sicuro di sé e definitivo Citati, sempre pieno di dubbi ma indomabile Diano. Più concreto Citati, più sognatore Diano. Eppure la concretezza di Citati nasceva da una natura sognatrice e poetica, e l’animo sognatore di Diano affondava le radici nella potente e temibile concretezza mediterranea. Citati stesso lo riconosceva:

Ma Diano era lo studioso meno astratto che si possa immaginare. Mosso da una estrema passione del concreto, desideroso del particolare, Forma ed evento è una miniera di analisi, che attendono di essere sviluppate e compiute.

Non a caso erano nati a pochi giorni di distanza – due Acquari – pur separati da quasi trent’anni, una generazione. Citati era affascinato dal genio travolgente, ribollente e multiforme di Diano, che riluceva riflesso dalle mille sfaccettature di un poliedro di cristallo in continuo movimento, Diano era attirato dalla giovane esuberanza di una mente acutissima, determinata a scandagliare ogni aspetto di quanto la bellezza avesse generato e a nutrirsene avidamente, nutrendo anche gli altri, in una grande visione del futuro. Entrambi gli uomini amavano tuffarsi nelle profondità oceaniche meno esplorate. Ciascuno a suo modo cercava l’ignoto nell’apparentemente noto. Ciascuno cercava, negli autori di cui si occuparono, risposte al mistero che ognuno rimaneva a sé stesso. Credo fu così che si trovarono.

Di recente ho potuto finalmente iniziare ad occuparmi fattivamente dell’Archivio di mio padre, un’inestimabile testimonianza della nostra cultura, che comprende importantissimi inediti e un ricchissimo epistolario con i maggiori studiosi e intellettuali del ‘900 europeo ed extraeuropeo. Proprio per preservarne l’integrità, per essere certa che questo patrimonio rimanga, almeno da ora in avanti, in mani sicure e venga messo a disposizione degli studiosi, ne ho fatto donazione all’Università di Padova.

Fra le lettere presenti vi sono anche quelle di Pietro Citati; sono circa una ventina, inviate fra l’autunno del 1968 e la fine del 1972, e oltre ad esse vi è anche un piccolo gruppo di documenti che riguardano la tormentata nascita della Fondazione Lorenzo Valla, alcuni verbali di sedute del comitato direttivo e l’accurata, minuziosa stesura delle norme editoriali da seguire rigorosamente per la pubblicazione dei volumi, stilata da Diano su richiesta di Citati.

Le lettere naturalmente sono solo una parte delle loro frequentissime comunicazioni, che in genere avvenivano più spesso per telefono, come fu soprattutto negli ultimi due anni di vita di mio padre, scomparso nel 1974.

Immagino che Citati abbia inizialmente contattato Diano attraverso Santo Mazzarino, che con mio padre aveva un fortissimo legame intellettuale, di affetto e di amicizia risalente alla giovinezza. Quando, ogni anno, tornavamo a Roma per le feste di Natale e Pasqua, mio padre non mancava mai di trovarsi con l’amico e noi bambine rimanevamo sempre ammirate, fino a una stupita meraviglia, di fronte all’educazione d’altri tempi e agli elegantissimi abitini delle compite bambine Mazzarino, un po’ più piccole di noi.

Le prime lettere, che precedono la definitiva costituzione della Fondazione, sono stilate su carta intestata de Il Saggiatore ed è cosa davvero affascinante seguire le fasi, molto complesse all’inizio, della nascita di uno dei capisaldi, dei fiori all’occhiello dell’editoria italiana e non solo italiana, nella sua forma culturale più elevata; complesse soprattutto per la volontà di Citati di assicurare una solida copertura economica presente e futura a un’operazione di questa portata, che ne garantisse la durata nel tempo. Alla fine del 1969 comunque, tutto è risolto.

Ed è alla fine del 1969 che Carlo Diano viene eletto Presidente della Lorenzo Valla. Lo rimarrà fino alla sua scomparsa, esattamente quattro anni dopo.

Il desiderio e l’auspicio di Citati, e con lui di Mazzarino, era che Diano curasse non solo l’edizione dei Frammenti di Eraclito, che sarebbe dovuta uscire come secondo volume (Citati accenna anzi alla possibilità di pubblicarlo in due volumi), ma anche del De Rerum Natura di Lucrezio e di Anassagora, per il quale Diano aveva già stilato il titolo: Anassagora e la cultura ad Atene ai tempi di Pericle. Frammenti e testimonianze di Anassagora, Protagora e Antifonte Sofista. In effetti, in una lettera da Giuncarico dell’autunno del 1968, Citati gli comunica già di volergli affidare i tre progetti.Tuttavia, nonostante le amicali sollecitazioni di Citati e Mazzarino, a un certo punto Diano rinunciò a Lucrezio. A nulla valsero i loro affettuosi e pressanti tentativi di fargli cambiare idea.

Analoga vicenda purtroppo seguì il progetto dell’Anassagora, anche se Diano vi rinunciò solo qualche anno dopo. Ancora in una lettera del maggio 1970, egli scrive a Citati:

Caro Citati,
finalmente comincio a mettere il capo fuori del mare che da più di un mese mi sommerge…. Entro questo mese mi sarò liberato dell’impegno con la Sansoni, e metterò subito mano all’Eraclito. Se tutto va bene, spero entro la fine dell’anno di poter consegnare il manoscritto…. Parto a giorni per Siracusa per assistere alla rappresentazione dell’Ippolito. Anche lì c’è Anassagora, e verrà fuori nel libro che spero sia il migliore di quanti ne ho fatti…

Dunque all’epoca i due progetti erano decisi e attivi. Citati avrebbe voluto uscire con questi primi volumi al più presto. Ma le cose non dovevano andare così.

A un certo punto mio padre sentì di non avere le forze sufficienti per l’intera impresa. Seppure in modo subdolo, si annunciavano già i primi segni del male che l’avrebbe condotto alla morte. A questo si aggiungeva una considerevole mole di impegni accademici, di altri lavori da portare a termine e di responsabilità familiari di cui aveva voluto comunque farsi carico.

Citati e Mazzarino gli scrissero che, se il Lucrezio e l’Anassagora non li avesse curati lui, non li avrebbero affidati a nessun altro. E in effetti così avvenne. Entrambi mantennero la parola data.

Nel frattempo, Citati lo sollecitava ad abbandonare qualunque altro impegno e a concentrarsi sull’Eraclito. I tempi stringevano e gli sponsor erano ansiosi di vedere l’edizione che avrebbe rivoluzionato la lettura dell’Oscuro. Citati gli disse persino che Guido Carli, all’epoca Governatore della Banca d’Italia, era un suo segreto ammiratore, avendo letto Forma ed evento, e gli aveva confidato di attendere con grande anticipazione questa sua nuova opera. Certo, questo dà l’idea della statura intellettuale di quegli economisti e di quei politici.

La stesura dell’apparato critico, tuttavia, si faceva sempre più complessa e pareva risucchiare mio padre in un vortice di continui approfondimenti; un gorgo che sembrava non finire mai, ma così Diano in effetti aveva sempre lavorato. Percorrere sentieri mai prima percorsi. Era qualcosa che Citati capiva. In una lettera dell’agosto 1969, di poco precedente al convegno di Bressanone, gli scrive che il suo Goethe, il cui manoscritto gli aveva chiesto di leggere ed eventualmente rivedere, “non fa che crescere e crescere”, e l’anno prima: “Si ingrossa a dismisura, si gonfia, pretende di parlare di tutto ed io devo obbedire.” Mi ha molto colpita quanto Citati scrive nella stessa lettera:

Tengo moltissimo al suo giudizio: Lei è una delle pochissime persone, in Italia, capace di sentire certi temi: delle pochissime che abbia letto: molti spunti, nella seconda parte, vengono da Forma ed evento; e infine, se nel mio libro c’è una strana alleanza (o combinazione o forse lotta) tra Ermete e Cristo, tra chi inganna e chi si immola, tra chi ama i colori e chi ama la luce, questa alleanza o combinazione è, in primo luogo, cosa Sua.

In queste parole e nel loro tono avverto una commossa e devota tenerezza per un Maestro cui Citati guarda. Poco tempo dopo, mio padre insistette per passare dal lei al tu, poiché, tra sé e quell’uomo di cui ammirava la mente e che ormai considerava un philos, un uguale, voleva eliminare la distanza, pur sapendola dettata dall’ammirazione. Ma ecco la risposta che ne ebbe:

Mi scusi se non Le do del tu, come Lei così affettuosamente mi ha proposto al telefono, ma io sono un uomo lento e – naturalmente – sento la reverenza dovuta. Forse verrà poco a poco.

Citati seguitò fino alla fine a sentire quella reverenza e mio padre la rispettò e mantenne il lei. Non a caso, in Il tu e il lei, Citati scrisse:

Più una società è complessa e rispetta le differenze tra gli esseri umani, e la loro ineliminabile singolarità, più si avvicina alla società perfetta sognata dagli utopisti. Ma il tu della società di massa livella, non eguaglia: uccide la complessità psicologica, non avvicina: fa morire la vera distanza, stabilendo una distanza ancora più incolmabile; ostenta l’amicizia e preclude l’affetto. Anche se non lo vogliamo, ci fa entrare nel regno dell’indifferenza, dove tutti i sentimenti sono prescritti e sostituiti dalla voce vaga e vuota degli automi.

Pietro Citati, Il tu e il lei, Mondadori, 1999, p. 53

E quanto suonano illuminate queste parole oggi, se si pensa al ruolo maligno e malsano che, da questo punto di vista, hanno i social.

Il rispetto era reciproco, quei due uomini si completavano. Quando mio padre gli scrisse che, per l’animo che aveva e per il suo impegno di intellettuale e di uomo, “gli riconosceva il dono della χάρις”, quelle parole toccarono profondamente Citati, che così risponde:

È il massimo complimento che io potessi sperare sulla terra, perché nessuno sa, come Lei, cosa significhi questa parola. Spero di meritarla.

Più volte Citati aveva invitato mio padre a soggiornare con la famiglia alla Castellaccia, e più volte mio padre aveva promesso di accettare. Ma ogni volta s’erano verificati degli imprevisti. Per alcuni anni, fino al 1967, quando ancora non si era concretizzato il loro sodalizio, eravamo andati in vacanza in Versilia, o meglio, in un paesino isolato dal mondo, poi divenuto mèta di grandi artisti, che s’affacciava sulla magnifica distesa della Versilia. Lì lui si lasciava felicemente alle spalle le cure del mondo e, fra mattinate al mare, lunghe passeggiate pomeridiane nei boschi e visite alle città d’arte, traduceva i Tragici greci. Poi andammo a Bressanone e al Sud e organizzare un soggiorno di famiglia presso la Castellaccia fu più complicato. Credo anche che mio padre amasse sentirsi totalmente indipendente.

Citati aveva anche tanto insistito perché accettasse in dono un pezzetto della terra che lui possedeva al Giglio, a patto che vi si costruisse una casetta, pur minuscola, in modo da averlo sempre vicino. Era il suo sogno. Ma mio padre, figurarsi, nonostante la simpatia e la stima per Citati, rifiutò sempre. Gli sarebbe parso di approfittarsene. Era fatto così.

I Frammenti e le testimonianze di Eraclito uscirono solo nel 1980, poiché, se fino alla fine l’apparato critico impegnò Diano crescendo in lunghezza, larghezza e profondità, quasi attirandolo per incantesimo nel gorgo dell’invisibile mondo dell’Oscuro, balenante solo per lampi, non riuscì tuttavia a completarlo come avrebbe voluto. Si dovette così attendere che le restanti note le redigesse il suo allievo Giuseppe Serra, il quale appunto consegnò il lavoro sei anni dopo la scomparsa di mio padre. Così non fu più il secondo volume del magnifico catalogo. L’Anassagora, che Diano già vedeva nella sua mente come “un libro, il migliore di quanti ne ho fatti” rimase sospeso nel regno del Nous.

Per natura e per quei destini che guidano gli uomini e il mondo, Citati e Diano avevano il dono di raccogliere intorno a sé amicizie profonde, durature e sincere, ma misura della loro amicizia, come disse Plutarco, fu sempre il due, “giacché”, come chiosò Diano, “gli amici possono essere anche molti, ma il discorso è sempre tra me e te, se deve venire da un cuore e giungere a un cuore.”

Quei due uomini, di profilo l’uno di fronte all’altro, una sera d’estate, l’anno che l’uomo posò per la prima volta il piede sulla Luna.


Francesca Diano si è laureata in Storia dell’Arte con Sergio Bettini, ha vissuto a Londra, dove ha lavorato al Courtauld Institute, ha tenuto corsi all’Istituto Italiano di Cultura e a Cork in Irlanda, nella cui università ha insegnato Italiano e Arte Italiana Contemporanea. Fin dagli anni ’80 è traduttrice letteraria e consulente editoriale di narrativa saggistica e poesia. Da circa trent’anni si è dedicata allo studio del folklore e della tradizione orale irlandese, in particolare delle opere di Thomas Crofton Croker, di cui è specialista. Oltre a Croker, fra i suoi autori, Alois Riegl, di cui ha tradotto per la prima volta in italiano la Grammatica storica delle arti figurative, il grande poeta irlandese James Harpur e la scrittrice indiana Anita Nair. Ha pubblicato la raccolta di racconti Fiabe d’amor crudele, il romanzo La Strega Bianca, le raccolte poetiche Bestiario e Fisiologia delle comete. Per BUR ha curato una nuova edizione degli Scritti morali di Epicuro a cura di Carlo Diano e per Bompiani il volume Opere di Carlo Diano, che raccoglie per la prima volta tutte le opere teoriche del filosofo. Ha vinto il Premio Teramo e le è stato conferito il Premio Jole Santelli.


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