Canto d’addio alla virilità che fu


― 11 Novembre 2020

Daniele Piccini, Corriere della Sera

Le elegie di Massimiano, VI secolo: la vecchiaia come cumulo di mali

Il genere elegiaco ha le sue regole. L’elegia latina si specializzò sul versante erotico, paragonando l’amore a una guerra (militia amoris). Basta prendere gli Amores di Ovidio (I, 9) per imbattersi nella dichiarazione della vecchiaia come non adatta all’amore («turpe senilis amor»).

Nel VI secolo Massimiano, contemporaneo di Boezio, pratica il genere come una summa di motivi tradizionali e insieme come una rivisitazione stravolta di quell’universo letterario. Non per nulla al centro delle sei elegie da lui composte vi è il tema della vecchiaia, accoppiato con esiti imprevedibili al motivo amoroso (Massimiano, Elegie, a cura di Emanuele Riccardo D’Amanti, con ampio commento). Fin dalla prima elegia, la più lunga (292 versi), si sviluppa una deplorazione della stagione senile: all’opposto dell’argomentazione ciceroniana del Cato Maior, la vecchiaia è tutta e solo un cumulo di mali, che provocano i lamenti del vecchio e gli fanno implorare l’estinzione, la fine del doloroso esilio dalla vita costituito dalla senectus. Ecco farsi strada uno dei modelli di Massimiano: i Tristia di Ovidio. La vecchiaia diviene per Massimiano l’equivalente dell’esilio per Ovidio: una cacciata dalla condizione di vivo, uno stato di perdita che fa rimpiangere il passato, le conquiste e gli allori della gioventù.

Ma in questo tardo poeta, fiorito alla fine della grande tradizione elegiaca e sempre teso al verso sentenzioso, non mancano i motivi che sommuovono e variano il fondamentale lamento della condizione senile. La seconda elegia parla del voltafaccia di Licoride, a causa delle défaillance erotiche dell’attempato «io» poetico.

Il terzo componimento rimpiange la mancata unione con Aquilina, nonostante l’intervento saggio e moderatore di Boezio: il senso del pudore di Massimiano non gli consentì quand’era tempo di gustare in pieno le gioie di Venere. Ora, anziano, non può più abbandonarsi a quell’eros che in gioventù ha spesso trascurato (si veda la quarta elegia).

Il culmine si tocca nell’elegia quinta: una fanciulla greca («Graia puella») fa invaghire l’anziano poeta durante un’ambasciata in Oriente, ma dopo una prima notte di pienezza erotica, ecco subentrare l’impotenza del membro virile. Si scatena da qui la paradossale e quasi cosmica laudatio mentulæ della fanciulla, che officia una sorta di rito funebre sul membro giacente, quasi simbolo di una catastrofe universale.

Al lettore moderno, smaliziato, vien fatto di paragonare il tema con la celebrazione dell’organo sessuale femminile che si rinviene in un dialettale come Tonino Guerra.

Non resta che congedarsi dal liber, come Massimiano fa nella sesta, breve elegia, implorando la fine della deprecata vecchiaia: un orizzonte di livida lamentazione trova qui il suo sigillo.

Massimiano fu letto certamente da Foscolo (che credeva però si trattasse di Cornelio Gallo, di cui in realtà quasi nulla ci resta), forse anche da Leopardi. Prima ancora ebbe fortuna nei secoli del Medioevo: lui proverbiale e gnomico, estrema propaggine di una tradizione al tramonto.


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