L’Occidente si abbevera alla fonte del sublime


― 12 Gennaio 2022

Rosita Copioli, Avvenire

Ci sono epoche di schiavitù assolute. Altre di crisi e transizione. Alla perdita di libertà, dignità e civiltà, di rado qualcuno leva la voce per ridestare le coscienze, dal fondo di corruzione e decadenza. A distanza di secoli, altre voci rispondono, risuonando con gli stessi rintocchi. Battono sugli stessi punti sensibili come nervi scoperti: la forza della natura e dell’anima, la percezione del divino e della bellezza. Non è detto che l’ottundimento di sensi e intelligenza non si acquatti nel ‘migliore dei mondi possibili’, quale poteva parere l’effervescente libertà da boom economico pre ’68, seguita dai diktat ideologici dei decenni di stragi eversive: allora, sentendoci soffocare dall’asservimento di letteratura e poesia, reagimmo con il medesimo trasporto di Leopardi ragazzo che organizzava una difesa con le scintille della ‘natura incorrotta’ e l’innalzamento dell’anima suscitato dagli antichi, e con le loro gloriose illusioni. Ma oggi la sopraffazione si esercita anche con l’immeschinimento, il rovesciamento dei rapporti e dei valori, la cancellazione dei meriti, paralleli alla distruzione della scuola, all’ingigantirsi di burocrazie degne di Kafka, e sì, anche con tutta la calcolata, ignorante idiozia che ha fatto nascere la cancel culture proprio nelle democrazie. Se tornavamo ai classici, allora come ora, è perché essi risuonano di richiami vigorosi. I più profetici sembrano usciti dalla profondità della natura e dell’anima, gettando ponti altissimi e tenaci: «Schiavo dell’amore della ricchezza» ciascuno «compra al prezzo dell’anima il diritto di guadagnare da ogni cosa, in una devastazione pestilenziale della vita». È lo Pseudo-Longino: il non identificato, formidabile autore del trattato Sul sublime: un maestro di retorica, forse greco, che nel I secolo dell’impero romano scrive all’allievo Postumio Terenziano. Prendendo a pretesto il manuale di Cecilio di Calatte, gli spiega la vera grandezza della letteratura, che corrisponde a quella dell’anima, e la sua differenza dall’arte della persuasione: questa può raggiungere livelli eccellenti, ma essendo strumentale, rischia la sofistica, e la menzogna. ‘Longino’ è un platonico che conosce la Bibbia, da cui prende il maggior esempio di sublime insieme con quello dell’Iliade di Omero: la ‘fonte’ del sublime è il divino, misurabile sullo slancio dei cavalli degli dèi che balzano «su distanze rapportate all’universo intero», e sulla potenza della parola della Genesi: «Sia la luce – e la luce fu». Il modello è inarrivabile. Ma la natura, come scrive Aristotele, lo contiene e ce lo ha impresso. Sebbene la grandezza d’animo in sintonia con quel principio sia un dono, le anime vi vanno educate nei limiti del possibile «per renderle sempre pregne di nobile esaltazione »: perché siano capaci di generare nel bello, spiegava Diotima nel Simposio di Platone.

Se la parola è balzo (Omero), se la parola è atto (Genesi), ciò non significa che il puro pensiero, espresso dal grandioso silenzio di Aiace nella Nekuyia, non sia altrettanto sublime. Il sublime non si misura per quantità e potenza di suo- no o perfette qualità formali, ma per il senso dell’infinito, per la scossa che produce nel profondo, fino a trasportarci in un’altra dimensione: il suo pathos provoca una «trasformazione ». Farsi «eco di una grandezza d’animo», è un’adeguazione all’universo che comporta metamorfosi e catarsi. È il punto centrale del problema. Il più incompreso: il più esaltato e il più denigrato: il più mistificato. Dante non esisterebbe se non gli fosse proprio, e anche senza avere letto ‘Longino’ fonde l’implacabilità del Dio greco con la temibilità del Dio biblico. Prega di esprimere l’ineffabile divino: «fammi del tuo valor siffatto vaso». Sua via è la natura, indicata dai filosofi ionici: il simile compreso dal simile, l’occhio-sole-luce, le corrispondenze. La chiave per capirlo è 1’entelechia della physis di cui parla Aristotele: la natura raggiunge la sua perfezione, o la sua meta, o il suo limite, o la sua realizzazione, proprio nel contrasto conflittuale, nell’agonia verso l’infinito ( Politeia, A 1252, b 32). C’è un solo propellente: l’entusiasmo che è furore. «Colui che senza un simile furore picchia alle porte delle Muse, persuaso che basti l’arte a renderlo poeta, non conseguirà l’intento, e la poesia di chi ragiona sarà eclissata da quella di chi delira» ( Fedro, XXII). E c’è un costo: esserne scorticato. «Entra nel petto mio, e spira tue/ sì come quando Marsïa traesti/ dalla vagina delle membra sue». Queste vie si intrecciano in noi. Siamo fatti nel tempo dai nostri predecessori, come il corpo di muscoli, ossa e tendini. Ecco lo strumento della memoria: la sua scelta e durata: un sistema di emulazione dei poeti, che come cacciatori perduti nei grandi boschi si lanciano gridi (Baudelaire): una vivente unità dove le parti più individuali di un’opera sono quelle in cui i poeti morti «affermano più vigorosamente la loro immortalità» (Eliot). Sopravvissuto al rogo della Biblioteca d’Alessandria a Costantinopoli, il Sublime fu portato in Europa prima della sua caduta, animando la Repubblica delle lettere dagli umanisti a oggi, e contrassegnando ogni diversa interpretazione della vera grandezza della letteratura: anzi, il suo senso tout court.

Possiamo leggere Sul sublime, tradotto da Laura Lulli nella nuova edizione curata dal suo principale studioso, Stephen Halliwell, con un saggio di Massimo Fusillo che descrive i suoi riflessi nel tempo e nelle arti (Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, pagine CLXXVI + 544, euro 47,50). Su tutti Leopardi domina. Non solo contiene e supera tutte le estetiche e le loro categorizzazioni del sublime nell’idea di infinito, partendo direttamente dalle fonti antiche e dal Sublime che avrebbe voluto tradurre. È radicale e sottile, va dritto al punto, sbarazzandosi degli equivoci che anche ‘Longino’ voleva evitare quando moltiplicava esempi. Piccolo e grande sono metafore. Sublime e infinito si nascondono anche nelle proprie negazioni: negli sbarramenti dei limiti e nel piccolo. Lo smisurato non dipende dalla misura: che paradosso! Il sublime è altrettanto vivo nelle povere dimore dei contadini, come nei sontuosi palazzi dei re. Il mito vi nasce allo stesso modo. «Poetico non sublime non si dà. Il bello, e il sentimento morale di esso, è sempre sublime ». Costretto a tornare da Pisa a Recanati, Leopardi soffre del restringimento d’anima, che la meschinità del luogo gli provoca, distruggendo il concetto di una propria nobiltà e dignità, sul quale si fonda «qualunque o immaginazione o sentimento nobile, grande, sublime (e tali sono i poetici e sentimentali di qualunque natura: anche i dolci, teneri, patetici ec.: tutti inalzano l’anima)». L’eccesso di ragione utilitaristica, la derisione maligna che mina il concetto del proprio valore, glielo fa respingere «con dolore, come una illusione perduta ». Mentre la natura non considerò l’uomo «un animale meschino e vile, ma ci introdusse nella vita e nell’universo come in una festa solenne, per completare tutto quello che accade in lei e gareggiare come atleti desiderosi di gloria: fin da principio fece nascere nella nostra anima un amore invincibile per tutto quello che vi è di eternamente grande e di più divino in confronto a noi. Così, nemmeno nel suo insieme, il mondo basta allo slancio della contemplazione e del desiderio dell’uomo».


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