Il corpo di Elena, per sempre nel mito


― 10 Luglio 2021

Roberto Mussapi, L’Avvenire

«Un tempo mi stupivo perché una guerra così lunga / d’Europa e d’Asia davanti a Pergamo / fosse stata causata da una donna»: così celebra il mito di Elena il romano Properzio. E prosegue: siete stati saggi tu Menelao, il marito, a rivolerla, e Paride a volersela tenere per sempre. «Fu così bella che valse la pena / che in suo onore Achille morisse, / e Priamo lodasse le cause della guerra». Dall’Iliade, per sempre, mito supremo della bellezza. «È lei, che fece gonfiare mille vele / E diede fuoco alle alte torri di Troia?». Al culmine della tragedia Il dottor Faustus dell’elisabettiano Christopher Marlowe, il giovane mago vede apparire, incantato, Elena, il sogno di ogni uomo da millenni. E ancora, accanto a Properzio, il sommo Ovidio scrive un libro, Heroides (lettere di donne famose abbandonate, o tradite o deluse da un uomo) in cui accanto a Elena un uomo compare, eccezione: Paride. La perenne ambiguità magica di Elena manifesta l’impossibilità umana di raggiungere e possedere la bellezza assoluta. Elena era bellissima, figlia di Zeus che, mutato in cigno, rapì Leda in volo e la possedette in cielo. Concordo con la lettura prevalente che vede in lei, causa della guerra di Troia, un essere innocente, portatore di sangue e distruzione non per sua colpa, e che non appare mai artefice del proprio destino. Qualcosa di misterioso e profondo muove i due mondi d’Occidente e d’Oriente a quella guerra, qualcosa il cui mistero è nel volto e nel corpo di Elena, che non è quindi una delle leggendarie seduttrici, come Cleopatra, passate dalla realtà storica a quello del mito. Elena nasce e vive per sempre nel mito. Appena giunta a Troia incanta la città il cui re, Priamo, la vuole per sempre tra quelle mura, a costo della rovina della città stessa. Il prodigio di Elena è propiziato da Afrodite ma tramato dal Fato, che nel mondo greco ordisce o domina anche le parole e le azioni degli dei. Tutto si svolge nell’aura di questo incantesimo. Luce di stella, e destino umano. Compare direttamente solo tre volte nell’Iliade, e due nell’Odissea. Nel primo poema, come è stato scritto, non conta quante volte sia presente perché è ovunque. Anche l’Odissea ha Elena nel suo Dna: la donna perdonata da Menelao che Ulisse incontra, in veste di regina e moglie fedele, rappresenta, credo, una complessità o doppiezza incomprensibile e a volte presente nell’amore, che Ulisse sperimenta spesso nella sua avventura fino al culmine, quando amerà appassionatamente ogni notte la ninfa Calipso, piangendo poi di giorno per l’amata moglie Penelope. E qui interviene un altro poeta, un grande tragico, Euripide, con un’intuizione geniale: forse l’Elena fuggita con Paride e causante la guerra di Troia non è mai esistita. Elena è un’illusione. Euripide scrive sulla pagina, ma per la scena, come farà il suo discendente Shakespeare: i poeti drammatici sanno che al centro della scena del teatro, e quindi del mondo, è un’illusione. Sconvolgente il nucleo tematico dell’Elena di Euripide, nella cui tragedia Elena non è mai stata a Troia, non è la donna ammirata dal Telemaco nel suo palazzo di Sparta. Elena, la vera Elena corporea, fu portata da Hermes in Egitto, in una casa sicura e amica, affinché il letto di Menelao non fosse violato. La dea Era diede a Paride un fantasma, un’immagine fatta d’aria e pure sensibilmente corporea e respirante, identica a lei. Elena, come lei stessa intuì nel suo lamento in questo inizio di tragedia, era un miracolo, e un mistero. Elena di Euripide ora appare in una edizione importante, Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori (pagine 388, euro 47,50) a cura di Barbara Castiglioni. Impeccabilmente curata, come ogni libro di questa collana che testimonia come in Italia qualcosa resista, alla disintegrazione spirituale e alla vacuità. Qualcosa che fa sperare. Impeccabili apparati, cura, introduzione, ma Barbara Castiglioni ci fa un regalo: non ha tradotto “piuttosto bene” o addirittura “bene” un libro di poesia. Molto di più, cosa assai rara: ha tradotto un capolavoro di poesia “in poesia”.


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