Dall’antica Africa romana una storia d’amore tra favola e mito


― 4 Dicembre 2023

Marco Beck, L’Osservatore Romano

Lo spunto scelto da Lucio Apuleio, il grande retore, filosofo e soprattutto romanziere di lingua latina (nato a Madaura, nell’odierna Algeria, intorno al 125 e morto dopo il 170 d.C.), per introdurre il segmento di maggior spessore letterario del suo capolavoro, è sconcertante. L’antico scrittore africano, infatti, immagina che a tessere la trama di Amore e Psiche – una storia classificabile, secondo le attuali categorie narratologiche, come “racconto lungo” o, in alternativa, “romanzo breve” sia la modesta figura di una “vecchia” (anus). E anilis fabula è appunto l’etichetta, paradossalmente riduttiva e autoironica, con la quale Apuleio ha consegnato ai posteri un testo di stratificata polisemia: sotto la superficie di una narrazione “ludica” nel dipanarsi di peripezie, prodigi, colpi di scena, si estendono giacimenti di significati allegorici e simbolici, esplorati a fondo dagli specialisti ma non sempre ricondotti a un’interpretazione univoca.

Per un proficuo approccio a questo excursus mitologico-romanzesco non si può, in ogni caso, prescindere dall’evocare la cornice dell’opus magnum in cui è incastonato. Né si deve dimenticare che, oltre a favolisti del calibro di La Fontaine, ne hanno tratto feconda ispirazione insigni pittori e scultori dell’età moderna: Gentileschi, Van Dyck, Giordano, David, Klinger, Waterhouse, Benzoni, Rodin. Fino all’apice di perfezione plastica toccato dalla coppia dei giovani amanti che Antonio Canova scolpì, con affascinante sensualità marmorea, tra il 1787 e il 1793. Anche per merito di una simile amplificazione iconografica – e non solo grazie alla romantica intensità di passioni e sentimenti e alla visionarietà delle descrizioni – quella che strutturalmente si configura come una semplice digressione ha di fatto sopravanzato per notorietà il romanzo in 11 libri che la incorpora: Metamorfosi, ovvero (titolo prevalente nell’antichità) L’asino d’oro. Al punto che nei cataloghi di diversi editori Amore e Psiche è presente nel formato tascabile di uno spin-off autonomo, con dignità e diffusione superiori rispetto al vasto contenitore.

Una corretta ed esaustiva lettura di questa love story presuppone tuttavia un superamento della scorciatoia consistente in un “espianto” ed esige, piuttosto, una contestualizzazione tanto più necessaria in quanto tra la cosiddetta anilis fabula e il corpus del romanzo esiste una stretta correlazione semantica. Ad ampliare in tale direzione l’orizzonte ermeneutico provvede ora, pubblicato da Mondadori come partner della Fondazione Lorenzo Valla, il Volume II delle Metamorfosi (Libri IV-VI, pagine xlviii-504, euro 50), con la cura filologica ed esegetica di Lara Nicolini coadiuvata da Caterina Lazzarini e Nicolò Campodonico, mentre responsabile della vivace traduzione è Luca Graverini, che con Nicolini aveva già collaborato (2019) nella curatela del primo dei quattro volumi previsti dal piano editoriale.

Il contesto, dunque. Viaggiando attraverso la Tessaglia, il protagonista e narratore in prima persona, Lucio, è incorso in un grottesco incidente a causa della sua insaziabile curiosità: un fatale errore nel ricorso ad arti magiche lo ha trasformato in asino, pur senza perdita di coscienza e intelligenza umane. Solo alla fine del romanzo un altro incantesimo, legato al culto misterico della dea Iside, lo restituirà alle sue originarie sembianze. Nel frattempo, però, lo hanno catturato alcuni briganti che lo vessano impiegandolo come recalcitrante bestia da soma. Nella caverna che funge da covo della banda Lucio vede arrivare, vittima di un rapimento a scopo di riscatto, una fanciulla appartenente a una nobile e ricca famiglia. Volendo confortarla, l’anziana governante dei malviventi attacca a raccontare: «C’erano in una città un re e una regina. Avevano tre figlie bellissime […] la bellezza della più giovane era così prodigiosa e sbalorditiva che non era possibile descriverla né esaltarla a sufficienza: la lingua degli uomini non possiede le parole adatte».

Potrebbe essere, questo, l’incipit di una favola di Perrault o dei fratelli Grimm. Ma poi, sebbene presenti singolari analogie con le moderne avventure di Cenerentola e La bella e la bestia, la vicenda di Amore e Psiche si rivela figlia culturale del suo tempo nel contaminare il registro del fiabesco con la tradizione del mito greco-romano. È Venere, dea della bellezza e dell’amore, a mettere in moto la macchina narrativa costruita da Apuleio: morsa dalla gelosia e offesa dall’estatica devozione che gli uomini tributano a quella giovane mortale di nome Psiche (“Anima”), incarica Cupido/Amore, il figlio divino, di fare in modo che la ragazza sposi un individuo mostruoso. Ma di lei, trasportata in un magico palazzo, si innamora, condividendo invisibilmente il suo letto, lo stesso Amore, che come unica condizione per il godimento dei loro amplessi nel buio notturno le impone il divieto di scoprire la sua reale fisionomia. Senonché le invidiose sorelle la istigano a trasgredire, e Psiche finisce per cedere alla pulsione della curiosità. Accende una lucerna e l’accosta al volto dell’amante addormentato: avviene così la rivelazione proibita. Ridestatosi di colpo, Amore abbandona, tra collera e costernazione, l’incauta compagna. Solo dopo aver superato una catena di prove estreme (ordalia espiatoria pretesa da Venere) e ottenuto il patrocinio del sommo Giove, la fanciulla perdonata potrà riconciliarsi e unirsi in matrimonio con lo sposo alato. Coronamento delle nozze: la nascita di una figlia, «quella che noi chiamiamo Voluttà».

Quale messaggio esprime in definitiva la favolosa storia d’amore narrata da Apuleio per bocca della vecchia affabulatrice? È lecito interpretarla alla stregua di un mito platonico o di una parabola evangelica? Sotto il velo dell’allegoria sussiste anche un livello anagogico-moralistico? Gli studiosi hanno elaborato varie e talora contrastanti teorie. Un’osservazione riscuote comunque il consensus omnium: ci troviamo di fronte a una sorta di mise en abyme, dato che il racconto racchiude in sintesi il senso ultimo dell’intero romanzo, «la dinamica di caduta dovuta a curiositas seguita da salvezza offerta dalla divinità» (L. Graverini). In questa prospettiva di colpa e redenzione Psiche non è che l’alter ego di Lucio, l’uomo-asino.


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