Prima recensione per Massimiano


― 3 Giugno 2020

Su ‘Tuttolibri’ della Stampa la recensione al volume curato da Emanuele Riccardo D’Amanti

Massimiano, il classico da (ri)scoprire

L’incontro con la “Graia puella” diventa un funerale all’eros che fu

Divertente e cinico, il poeta latino scrisse sei elegie sui “dolori” degli anziani: corti d’udito, raccontano storie noiosissime, fanno cilecca con le fanciulle


Massimiano, chi era costui? Se il nome di questo poeta latino vissuto nel VI secolo dopo Cristo vi suona oscuro, non preoccupatevi. Massimiano è un rebus anche per gli studiosi che, ogni tanto, dubitano persino della sua esistenza e s’interrogano da sempre sull’interpretazione delle sei elegie che ci sono state trasmesse sotto il suo nome. Eppure Massimiano è un poeta che vale la pena leggere. Perché nella sua opera c’è il distillato, raffinatissimo, di secoli di poesia antica. C’è l’eco delle voci dei lirici greci, di Orazio, di Ovidio: un’eco che risuona ancora in anni in cui tutto il vecchio mondo della civiltà pagana è ormai crollato e sul trono di Roma siede l’ostrogoto Teodorico. Due sono i temi di Massimiano: l’eros e la vecchiaia. Anzi, più esattamente, l’eros ai tempi della vecchiaia. Perché questo poeta impertinente, scanzonato e cinico dà il meglio di sé quando racconta, per esempio, le défaillances di un anziano che si ritrova a letto con una giovane disinibita, disavventure così grandiosamente comiche da diventare persino epiche. Ma, al tempo stesso, l’ombra di questo ironico cantore degli amori senili fa capolino dietro i grandi classici della poesia italiana. Per esempio, il celebre inizio di un sonetto di Ugo Foscolo, “Non son qual fui, perì di noi gran parte”, è la traduzione letterale di un verso di Massimiano. E, forse, anche l’altrettanto celebre “negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi” della Silvia leopardiana è la parafrasi di un passo delle Elegie. Il paradosso è che né Foscolo né Leopardi sapevano di citare Massimiano. La figura del poeta si era eclissata a tal punto che anche le sue Elegie furono a lungo trasmesse sotto il nome di un altro autore, Cornelio Gallo, l’amico di Virgilio.

L’occasione per riscoprire Massimiano ce la offre ora la Fondazione Valla che pubblica, nella sua collana di classici, un’edizione delle Elegie curata da Emanuele Riccardo D’Amanti. Secondo il quale, le pur scarne informazioni autobiografiche offerte da Massimiano nella sua opera sono attendibili. E, dunque, questo poeta così irriverente fu davvero amico di un pensatore austero come Boezio, l’autore della Consolazione comiche da diventare persino epiche. Ma, al tempo stesso, l’ombra di questo ironico cantore degli amori senili fa capolino dietro i grandi classici della poesia italiana. Per esempio, il celebre inizio di un sonetto di Ugo Foscolo, “Non son qual fui, perì di noi gran parte”, è la traduzione letterale di un verso di Massimiano. E, forse, anche l’altrettanto celebre “negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi” della Silvia leopardiana è la parafrasi di un passo delle Elegie. Il paradosso è che né Foscolo né Leopardi sapevano di citare Massimiano. La figura del poeta si era eclissata a tal punto che anche le sue Elegie furono a lungo trasmesse sotto il nome di un altro autore, Cornelio Gallo, l’amico di Virgilio. L’occasione per riscoprire Massimiano ce la offre ora la Fondazione Valla che pubblica, nella sua collana di classici, un’edizione delle Elegie curata da Emanuele Riccardo D’Amanti. Secondo il quale, le pur scarne informazioni autobiografiche offerte da Massimiano nella sua opera sono attendibili. E, dunque, questo poeta così irriverente fu davvero amico di un pensatore austero come Boezio, l’autore della Consolazione della filosofia. E davvero fu inviato come ambasciatore alla corte di Giustiniano per trattare importanti questioni politiche relative ai rapporti tra Roma e Costantinopoli. Ma, nota giustamente D’Amanti, nella poesia antica il discrimine tra realtà biografica e invenzione letteraria è sempre sottile. E per noi la cosa più interessante resta pur sempre la trasfigurazione poetica di queste più o meno realistiche vicende. L’ambasceria a Costantinopoli, per esempio, produce l’irresistibile narrazione sull’incontro erotico con la “ragazza greca” (Graia puella) che seduce il malcapitato poeta. Massimiano si descrive come un novello Ulisse irretito dalle Sirene. La ragazza lo incanta: “Ardevano i miei occhi per il suo seno eretto e sodo / e tale che, serrato, poteva esser racchiuso da una mano”. L’età avanzata, però, non gli permette di essere all’altezza della situazione. E qui la ragazza si abbandona a un vero e proprio inno funebre alla mentula, una lamentazione rituale sull’organo maschile ormai inerte, immaginato come un caro estinto: “Ma quando constatò la morte dell’amato membro / e vide che l’oggetto di sue cure, quasi salma esposta, non sorgeva, / si leva e sul vedovo letto sdraiandosi straziata / con queste parole allevia il lutto e il danno: / “Verga, solerte officiante di festosi giorni, / un tempo mia delizia e mio tesoro, /con quale flutto di lacrime potrei piangerti ora che sei abbattuta?””. Il lamento ha una sua cosmica grandiosità: la scarsa vitalità della mentula diventa addirittura simbolo di un disordine universale, di un generale chaos, come scrive il poeta.

Massimiano descrive la vecchiaia come una malattia, indugiando sui suoi sintomi fisici e psicologici. L’anziano è ormai corto di udito, sui suoi occhi “grava la nebbia”, nella sua mente “s’insinua l’oblio”. “Loda gli anni passati, disprezza quelli attuali” e ammorba tutti con i suoi racconti: “Narrando molte storie, anche se non vuoi, e sempre le stesse ripetendo / suscita spavento e condisce le chiacchiere di sputi”. Un realismo quasi comico che riprende motivi antichissimi: si può risalire fino alla Grecia arcaica e ai lamenti del poeta Mimnermo sulla “vecchiaia dolorosa”, che rende l’uomo triste e brutto, disprezzato dai ragazzi e deriso dalle donne. Temi tradizionali, dunque. Ma non per questo Massimiano è meno originale. Perché, come scrive D’Amanti, “per la prima volta l’amore viene osservato dal punto di vista di un vecchio sfiduciato e depresso, che esperisce la morte in vita e vive in esilio dalla vita”. Massimiano è, insomma, il primo che ci fa una cronaca dall’interno degli amori senili. Traducendoli in un diario poetico in cui la descrizione realistica, crudele e grottesca, dei mali della vecchiaia si intreccia con la nostalgia della giovinezza lontana e con l’angoscia del tempo perduto. E regalandoci così, con il suo malinconico divertimento, con la sua oscena tristezza, una riflessione potente e sempre valida sulla sorte effimera degli umani.

Giorgio Ieranò, su TuttoLibri della Stampa


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