Tradurre Aristofane

Simone Beta
― 26 Novembre 2020

Di solito si pensa che un traduttore lavori da solo, chiuso nel suo studio, senza distrazioni, con il testo davanti e, di fianco, il vocabolario.

Per me non è stato così: mentre traducevo, faticosamente, la Lisistrata (perché tradurre una commedia non è facile), c’era con me – lo sentivo, che sbirciava continuamente sopra la spalla, anche se lui cercava di non farsi notare – Aristofane. Non so quanto sia stato contento… Certo, deve averne viste tante! Sarà abituato, ormai.

Ma non c’era solo lui: c’erano anche tante altre persone, tutte legate in un modo o nell’altro, a quella commedia.

C’era Antonio Aloni, per esempio, che aveva tenuto un bellissimo corso sulla Lisistrata quando ero studente di lettere classiche a Milano – l’ultimo esame della mia carriera universitaria, una vita fa. Prima un professore, poi un amico, purtroppo scomparso prima del tempo, da qualche anno ormai.

E poi c’erano anche tutti i traduttori: da chi ci ha dovuto ricavare un copione teatrale da rappresentare sulla scena (un nome tra tutti: Giulio Guidorizzi, il mio maestro, che l’ha tradotta per gli spettacoli del teatro greco di Siracusa) a quelli, tanti, che l’hanno pubblicata, perché chi non sapeva il greco potesse leggerla.

Tutti, idealmente, dietro di me: dai più recenti, come i miei colleghi più anziani, Guido Paduano e Giuseppe (Peppino per gli amici) Mastromarco, a quelli più lontani nel tempo, come Benedetto Marzullo (che ha fondato il DAMS, il corso di laurea in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo) e Raffaele Cantarella (che ha insegnato il greco non soltanto a sua figlia Eva, ma anche a Dario Del Corno, pure lui professore di greco nei miei anni universitari, a cui si devono tutte le traduzioni di Aristofane uscite finora nella collana della Fondazione Lorenzo Valla).

Una responsabilità non da poco, credetemi, avere alle spalle tutti questi nomi…

E potrei continuare, scendendo all’indietro nel tempo, per ricordare nomi che, ai più, forse diranno poco. A cominciare da quello di Ettore Romagnoli, che nei primi anni del secolo scorso tradusse tutte le undici commedie di Aristofane – e le tradusse benissimo! Vivace e spiritosa anche quella della Lisistrata, un vero capolavoro.

Alla metà del secolo precedente, l’Ottocento, ne erano uscite due, entrambe a Torino, a breve distanza l’una dall’altra: la prima, in endecasillabi, di Coriolano Malingri, conte di Bagnolo; la seconda, quasi tutta in prosa (tranne le parti corali), di Domenico Capellina. Com’erano, ve lo potete facilmente immaginare: la lingua era quella, aulica, della poesia italiana, profondamente intrisa di classicismo; la verve di Aristofane era stata sopraffatta dalle convenzioni stilistiche (per non parlare delle oscenità, regolarmente eliminate).

Per l’Italia, in quegli anni, Aristofane era un autore nuovo, o quasi: dal Concilio di Trento, che aveva di fatto sancito la superiorità del latino a scapito del greco, nessuno s’era più occupato delle sue commedie – che invece erano state studiate moltissimo dagli umanisti italiani.

Una sola eccezione: Michelangelo Giacomelli, segretario di papa Clemente XIII, che (come ha raccontato con ricchezza di particolari il mio amico e collega Maurizio Sonnino) aveva tradotto, oltre alla Lisistrata, altre due commedie (le Arringatrici, cioè le Ecclesiazuse, e le Festeggianti Cerere, cioè le Tesmoforiazuse), più una quarta lasciata a metà (le Ranocchie, cioè le Rane). Peccato che, per scrupoli morali (in fondo, era pur sempre un uomo di chiesa), Giacomelli non avesse avuto il coraggio di pubblicare le sue traduzioni. E dire che era riuscito perfettamente a penetrare nello spirito di Aristofane – anche nella resa dei termini più osceni: la lista dei sinonimi con i quali aveva tradotto una parte del corpo maschile (‘alberello’, ‘pendente’, ‘asta’, ‘spada’, ‘Messer Ciondolo’, ‘Ser Mazza’, ‘cotale’, ‘cavicchio’, ‘negozio’, ‘toro’ ‘mazzafrusto’, ‘creapopolo’, ‘Malaguida’) non ha nulla da invidiare a quella che si legge in un celebre sonetto di Giuseppe Gioacchino Belli (Er padre de li santi).

Ma – e qui concludo – tra tutti i traduttori d’antan che mi stavano vicino mentre lottavo con Aristofane, i più simpatici erano i fratelli Rositini: due medici di Prat’Alboino, un paese in provincia di Brescia, che proprio nel 1545 (l’anno che aveva visto la solenne apertura del Concilio di Trento) avevano pubblicato a Venezia la prima traduzione integrale delle commedie di Aristofane in una lingua diversa dal latino.

Ecco come comincia la commedia: “E se alcuno a la festa di Bacco n’havesse chiamate, o a quella di Pan, o di Venere Colliade, o di Venere Genetillide, non haveressemo già potuto passare per i timpani. Ma qui adesso niuna donna appare, se non questa de la terra mia, che vien fuori. Dio ti salvi, o Calonica”.

Che ve ne pare?

Certo che i due erano un po’ cialtroncelli… Il greco non è che lo sapessero poi così bene: diciamo che il loro lavoro è consistito soprattutto nel dare una veste italiana – e spiritosa – alla prima tradizione integrale latina, che era stata pubblicata pochi anni prima da Andrea Divo, un professore di Capodistria.

Nella lettera dedicatoria, scritta ‘al nobile et virtuoso S. Camillo de Gambara’ (che era il fratello della poetessa Veronica Gambara, che sarà apprezzatissima anche da Giacomo Leopardi), i due medici dichiarano di aver tradotto Aristofane non perché il destinatario avesse bisogno di una traduzione italiana (poiché si dicono “certissimi che senza traduttione alcune con facilità le Greche potete intendere”), ma per farlo “ristorare & alegrare” nei momenti di stanchezza “con qualche suave & onesto spasso”.

E ci sono riusciti, perché la loro traduzione è divertente, come quando, alla moglie Mirrina che gli dice di alzarsi (“Inalzati”), Cinesia risponde dicendo “Questo è ben dritto”, riferendosi al fallo di cuoio, che era un elemento del costume degli attori comici.

Tanto per capirci: il conte di Bagnolo traduce il comando con “Alquanto t’alza ancora” e la risposta “Eccomi; è fatto”: traduzione formalmente corretta, ma sfido chiunque a ridere.

E, diciamocelo, che altro, se non far ridere, può essere l’obiettivo di chi traduce Aristofane? Spero di esserci riuscito.


Simone Beta è professore associato presso l’Università di Siena. I suoi interessi principali sono il teatro (in particolare la commedia greca e latina), la retorica, il vino e il simposio, la poesia epigrammatica, la tradizione della cultura classica nell’età moderna, l’enigma. Ha pubblicato articoli e saggi in italiano, inglese e francese presso prestigiose riviste e case editrici italiane e straniere (Einaudi, Mondadori, Rizzoli, il Mulino, Carocci, Sellerio, Oxford University Press, Brill, De Gruyter, Boccard, Beauchesne). Per la Fondazione Valla ha tradotto la Lisistrata di Aristofane (2020), curata da Franca Perusino.


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