Spionaggio nel mondo antico

Barbara Castiglioni
― 9 Novembre 2019

«Timeo Danaos et dona ferentes». Le note parole pronunciate da Laocoonte nel secondo libro dell’Eneide sono un monito più celebre che ascoltato, anche a sentire le cronache più recenti, con l’ormai ex vicepresidente austriaco costretto alle dimissioni per un video in cui, attratto dalle grazie di una sedicente nipote di un oligarca russo, offre redditizi contratti governativi in cambio di sostegno politico.

La storia del cavallo di Troia è indubbiamente una delle prime spy story conosciute e il suo protagonista e artefice, Sinone, può essere considerato vero e proprio antesignano delle spie di guerra. Da buona proto-spia, Sinone, il cui nome appariva nell’Iliupersis e nella Piccola Iliade, ma non in Omero, recita la parte del falso disertore e inventa una storia con fatti e protagonisti reali, convincendo così i Troiani ad accogliere il cavallo dentro le proprie mura e provocando la successiva disfatta: un vero e proprio capolavoro di spionaggio. Prima di Sinone, che finirà nell’Inferno dantesco tra i falsari di parola, però, c’era stato Dolone, un troiano «di brutto aspetto ma veloce di piedi», come racconta l’Iliade, catturato da Ulisse e Diomede mentre tentava di avvicinarsi alle navi achee per origliare le decisioni dei capi greci. Tra l’onore e il tradimento, Dolone, in pieno accordo con il suo nome – la cui radice *dol richiama proprio l’inganno, l’insidia – sceglie ciò che lui pensa la vita, cioè il tradimento, e rivela ai due achei le posizioni dell’esercito troiano: da consumati 007 avversari, però, Ulisse e Diomede, dopo aver saputo quel che per loro era utile, si libereranno della fonte, tagliandogli la testa.

Se è vero che sarà nell’Inghilterra dei Tudor, sotto il regno di Elisabetta la Grande, che nascerà l’intelligence in senso moderno, è però altrettanto vero che la storia dei cosiddetti «servizi segreti», così come i metodi – informatori, travestimenti, inganni, straordinari tradimenti e cospicuo uso del fascino femminile – è antica quanto l’uomo, da sempre alle prese con la necessità di scoprire informazioni sui suoi simili.

La letteratura greca, in generale, abbonda di scene che possiamo definire spionistiche: nelle Coefore di Eschilo, così come nell’Elettra di Sofocle, per esempio, Oreste si finge messaggero della propria morte per uccidere Clitemestra ed Egisto e vendicare Agamennone, nel Filottete Ulisse si traveste da mercante per tentare di rubare l’arco di Filottete, necessario per la conquista di Troia, nelle Baccanti euripidee Penteo si traveste da donna, come farà anche Mnesiloco nelle Tesmoforiazuse di Aristofane, per spiare di nascosto il rituale bacchico, mentre nelle Eraclidi Demofonte, re di Atene, decide di inviare fuori dalla città degli osservatori nel timore che il nemico argivo lo colga di sorpresa, ma si presenta poi di persona a spiarli, perché «chi sostiene di conoscere bene il mestiere di condottiero deve vedere il nemico in faccia, non tramite messaggeri».

Questi esempi letterari rispecchiano senza dubbio la turbolenta storia greca, sospesa tra lotte intestine e guerre contro i bárbaroi: se ad Atene agivano i famigerati, potentissimi sicofanti, accusatori di professione, a Sparta, dove eccellevano nell’arte della steganografia (da steganós, coperto, e gráphein, scrivere) ed erano pionieri della crittografia, come raccontano Erodoto, Plutarco ed Enea Tattico – il primo a descrivere con precisione sistemi di trasmissione crittografata dei messaggi – agiva la non meno inquietante Krypteia, culmine dell’educazione dei giovani spartani: a metà tra un rito di passaggio, un corso speciale di addestramento e una polizia segreta, la Krypteia (da kruptós, nascosto) corrispondeva ad un periodo di allontanamento dal gruppo di formazione, durante il quale i giovani spartiati dovevano sopravvivere da soli in zone selvagge e procurarsi i mezzi di sussistenza, ma veniva anche impiegata come vera e propria polizia segreta per la repressione degli iloti.

Operazioni di spionaggio vennero anche condotte, naturalmente, nel corso delle guerre contro i Persiani: spie greche furono catturate a Sardi da Serse, che, dimostrando non poca superbia, permise loro di ammirare tutta la sua potenza e li rimandò poi indietro vivi, come racconta Erodoto.

Ramses

E proprio i Persiani e le popolazioni del Vicino Oriente avevano sistemi di spionaggio molto avanzati: quello dei Persiani, formato da ispettori itineranti che viaggiavano tra le satrapie e portavano al sovrano notizie su amministrazione e governatori, era chiamato, come ricorda Senofonte, «gli Occhi e le Orecchie del Re», ma sappiamo di un servizio informativo in uso nelle città stato sumeriche per raccogliere notizie sulle città limitrofe attivo addirittura nel 4000 a.C., così come è noto che la battaglia fra l’Impero dei Faraoni e quello Ittita fu soprattutto un affaire tra gli informatori di Ramses II e il controspionaggio ittita infiltrato nelle linee nemiche allo scopo di depistare i vertici militari egiziani.

Restando nel Vicino Oriente, la Bibbia è la prima prova dell’eccellente tradizione dell’intelligence ebraica e del futuro Mossad: nel libro di Giosué, infatti, Giosué, prima di invadere la terra di Canaan, invia due spie per avere informazioni su Gerico. I due uomini sono accolti e protetti da una donna, Rahab, di professione locandiera e/o prostituta, che fornisce loro le informazioni richieste e li farà fuggire calandoli da una fune, come potrebbe accadere in una puntata di Fauda, o di False Flag, tra le più recenti serie televisive incentrate sui servizi segreti israeliani.

Rahab, però, non è l’unica donna ad avere un ruolo di peso nei racconti biblici: da Debora e Jaele, protagoniste nel libro dei Giudici, oltreché della futura, omonima opera di Ildebrando Pizzetti, a Dalila fino a Giuditta, che riuscì a far invaghire di sé il generale assiro Oloferne e a tagliargli la testa, liberando così la città di Betulia dall’assedio: una vera e propria Mata Hari ante litteram. L’aneddotica riguardo alle femmes fatales è molto fiorente anche al tempo dei romani, ma deve essere valutata con cautela, considerata la ricorrente misoginia che associava la donna alla frode.

Più importante, è, invece, sottolineare come è in età augustea che si creò ufficialmente un vero e proprio istituto con il compito di organizzare il sistema di raccolta delle informazioni di utilità militare, perché, come scriveva Vegezio, «chi aspira alla pace si deve preparare alla guerra». La Guardia Pretoriana era il reparto militare responsabile dell’incolumità dell’imperatore, oltreché di missioni in ambito pubblico e privato: era formata dagli speculatores, responsabili della sicurezza interna, e dagli exploratores che avevano il compito di studiare le abitudini dei nemici e di garantire la sicurezza esterna.

Per arrivare all’istituzionalizzazione di una “spia professionista” bisognerà però aspettare i frumentarii, vero e proprio organismo militare la cui funzione originaria era quella di acquistare e distribuire grano (frumentum) alle truppe, ma che vennero poi trasformati in un servizio di raccolta informazioni da Domiziano. Nel secolo successivo, con l’impero al suo apogeo, sotto Adriano i frumentarii erano impegnati come spie per la corte imperiale, un campo di battaglia mascherato, tra trame per la successione e per le cariche, congiure di palazzo e di famiglia, che non aveva nulla da invidiare a quelli militari veri. Caddero però in disgrazia nel II secolo d.C., quando i confini dell’impero erano così vasti che garantire la sicurezza del territorio, pressato dalle minacce delle popolazioni barbariche, divenne la priorità: Diocleziano li sostituì quindi con gli agentes in rebus, che erano informatori fidati dell’imperatore con la funzione di vigilare sulla sicurezza interna e di fungere da collegamento tra il centro e le province, riferendo su qualsiasi elemento essi ritenessero di portata eversiva.

Com’è facile immaginare, questo servizio di intelligence ante litteram conquistò un potere enorme e una altrettanto pessima fama: non a caso Libanio li definì con disprezzo «pastori che avevano aderito al branco di lupi». Neppure gli agentes in rebus, che venivano addestrati in un’autentica scuola di formazione, molto rigida e severa (la schola agentum in rebus) riuscirono però a contrastare il declino e la fine dell’Impero Romano d’Occidente, minato dalle invasioni barbariche e dallo strapotere politico dell’esercito: d’altronde, come scriverà molti secoli dopo Flaubert, «si diventa spia quando non si può fare il soldato».


Barbara Castiglioni, laureata in Lettere Classiche, Dottorata in Studi Umanistici presso l’Università di Torino con una tesi sull’Elena di Euripide, si occupa di tragedia antica e di ricezione del classico. Ha pubblicato vari saggi sulla tragedia greca (Music, ritual, and self-referentiality in the second stasimon of Euripides’ Helen: the Dionysian Necessity, «Greek and Roman Musical Studies» 2018, Il Ricordo del Futuro: Il Tempo nel Filottete di Sofocle, «Quaderni Urbinati di Cultura Classica» 2014) e sul rapporto tra dramma antico e moderno (La disarmonia necessaria, «Strumenti Critici» 2013).


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