Properzio: un itinerario poetico

Paolo Fedeli
― 3 Dicembre 2021

Giunto dalla natia Assisi a Roma in giovane età dopo la confisca delle terre paterne in seguito al bellum Perusinum, Properzio, che ha scelto il poco redditizio mestiere di poeta d’amore in distici elegiaci, deve ricorrere alla tutela di un patronus per poter pubblicare il suo primo libro di carmi per Cinzia: lo trova in Lucio Volcacio Tullo, giovane esponente di un’importante famiglia della sua terra d’origine. Lo scenario dell’amore elegiaco è ben delineato sin dai primi versi, che vedono il poeta, un tempo altero e superbo come si addice a un grauis ciuis, cedere di colpo di fronte alla potenza del dio Amore e alla bellezza di Cinzia; in tal modo viene subito messo in chiaro che è la donna a conquistare e a soggiogare l’uomo: per riuscirvi le basta uno sguardo. A partire da questo momento ha inizio per l’innamorato un periodo di sofferenza, prima che la donna ceda alle sue preghiere: finché dura una tale incertezza, l’amore lo sconvolge a tal punto da fargli smarrire, insieme alla nozione dei valori esistenziali, addirittura la capacità di ragionare. La sua diviene una realtà dai valori sovvertiti, sia perché è la donna a dominare sull’uomo, sia perché vivere la vita d’amore significa rinnegare l’impegno nella vita civile e politica che contraddistingue il ciuis Romanus.

Cinzia esibisce una ricca e complessa fisionomia, che le garantisce di svolgere un ruolo protagonistico: implacabile nel costringere Properzio a un duro seruitium, ma al tempo stesso volubile e incostante, talora si comporta come la casta Penelope in paziente attesa del suo uomo, ma se si presenta l’occasione propizia è disposta ad abbandonarlo per un ricco corteggiatore, pronta tuttavia a pentirsi e a ritornare fra le braccia del poeta. Da una tale serie di atteggiamenti contrastanti non si riesce a ricavare un coerente ritratto di donna, e si ha addirittura l’impressione che il poeta non desideri affatto offrirlo ai lettori. D’altronde proprio la presenza, in questo e negli altri libri, di un personaggio femminile che esibisce ora i tratti della irreprensibile matrona, ora quelli della sfrenata meretrix, ora quelli di una docta puella che oltre a leggere e a giudicare la poesia di Properzio è addirittura capace di scrivere versi che rivaleggiano con quelli di Corinna, ci fa capire che il ruolo e il comportamento del personaggio femminile mutano a seconda delle situazioni che il poeta intende presentare, ma vivono sempre alla luce di una solida tradizione letteraria: ad alimentarla concorrono soprattutto i poeti ellenistici, da Callimaco a Meleagro, e fra i latini Catullo, Cornelio Gallo e il Virgilio delle Ecloghe.

Il potere politico è ormai saldamente nelle mani di Augusto. Con la partenza di Tullo per l’Oriente in qualità di legatus al seguito dello zio proconsole cessa il suo ruolo di patronus. Non sorprende che ora sia Mecenate ad esercitare una tale funzione: etrusco come Tullo, egli non trovò alcuna difficoltà nel concedere la sua protezione a un poeta d’amore, programmaticamente contrario a un’epica celebrazione delle gesta del principe. È lecito supporre che non siano mancate sollecitazioni in tal senso; è certo, però, che esse non assunsero mai un carattere coercitivo, né con Properzio né con altri poeti: Properzio, infatti, sia nel II sia nel III libro poté continuare a scrivere poesia d’amore e a difendere la propria scelta, senza che un simile atteggiamento intaccasse il rapporto d’amicizia col suo influente patronus.

Pur consapevole dell’ormai inarrestabile successo dell’epos di carattere celebrativo, nel carme di dedica a Mecenate il poeta ribadisce la convinta scelta stilistica del tenue di stampo callimacheo e della poesia d’amore: ha l’accortezza, però, di prospettare al suo nuovo patrono, sin dalla I elegia del II libro, la possibilità di una futura celebrazione dei successi militari di Augusto, pronto tuttavia a metterla per ora da parte col provvido ricorso alla recusatio. Per Properzio, come per Orazio e per Virgilio, Azio rappresenta un momento cruciale della storia di Roma, perché il suicidio di Antonio ha segnato la fine delle guerre civili. È lecito, dunque, ricordare i momenti tragici del passato; ma lo si fa nella consapevolezza che essi hanno rappresentato le tappe, dolorose ma necessarie, nella via che ha condotto alla definitiva pacificazione, di cui Augusto è stato l’artefice.

Nelle elegie del II libro Cinzia è onnipresente, ma non si riesce a individuare una coerente linea di sviluppo nelle fasi del suo rapporto col poeta. I momenti dell’amore felice sono molto rari: abbondano, invece, le riflessioni sull’amore che non concede tregua ed esige una sottomissione totale, accompagnate dal lamento per la duritia dell’amata, per la sua ingratitudine e per la sua indifferenza, che inducono il poeta a concepire foschi pensieri di morte.

Il nuovo libro di poesie per Cinzia è ricco di miseri frammenti di elegie ampiamente incomplete o sconvolte nel corso della trasmissione del testo, che continuano a suscitare legittimi dubbi sulla natura e sulla costituzione dell’attuale II libro. Già Karl Lachmann, nella praefatio della sua edizione del 1816, dopo aver constatato che la prima parte «tota lacera ad nos pervenit», giunse alla conclusione che quello che per la tradizione manoscritta e per i precedenti editori è il II libro, in realtà corrisponde, sia pure nella sua incompiutezza, agli originari II e III libro delle elegie properziane. La soluzione da lui proposta è del tutto ragionevole per un libro di elegie d’amore che, senza tener conto delle numerose lacune, ha uno sviluppo di 1362 versi: si tratterebbe di un caso singolare, se si considera non solo lo sviluppo degli altri libri di Properzio (706 versi il I, 990 il III, 952 il IV), ma anche quello dei libri di poesia del I sec. a.C., da Lucrezio ad Ovidio.

Secondo Lachmann l’elegia di apertura del III libro era II 10, con la rinuncia alla poesia d’amore per Cinzia e con la promessa, rivolta ad Augusto, di un futuro canto delle sue imprese. Tuttavia II 10 ha piuttosto l’aspetto di un carme conclusivo, perché più che inaugurare un nuovo corso, tira le somme della precedente esperienza in attesa di aprirne una nuova; per di più come elegia programmatica è in aperto contrasto col resto del libro, dove in luogo della celebrazione delle gesta di Augusto continua a dominare il rapporto d’amore con Cinzia. È probabile, invece, che siano i 6 versi di II 11 a rappresentare un carme d’addio a Cinzia di straordinaria intensità, perché riescono a racchiudere in uno spazio breve gli aspetti salienti di una vicenda d’amore, alla quale Properzio si sforza di guardare con distacco. Ma i problemi sono tutt’altro che risolti con l’ammissione dell’esistenza in origine di due libri in luogo di uno solo, perché è evidente la sproporzione fra quello che ci è giunto dell’originario II libro (i 386 versi delle elegie 1-11) e il resto del libro stesso (i 976 versi delle elegie 12-34): per non considerare, poi, le numerose lacune che hanno spesso ridotto a miseri frammenti non poche elegie; c’è da pensare che l’originario II libro abbia subito una perdita di versi talmente rilevante, da non consentirgli di raggiungere neanche lo sviluppo del I. È possibile, che in una fase anteriore alla rinascita carolingia un dotto lettore, consapevole di essersi imbattuto in un testo ampiamente lacunoso per la perdita di una serie di fogli, abbia cercato di dare un senso coerente all’insieme riorganizzando il materiale a sua disposizione.

Sin dal carme di dedica il lettore capisce che il III libro segnerà la fine del canto d’amore per Cinzia: diversamente dai precedenti non vi compare il suo nome, che nel libro intero apparirà solo tre volte. S’intuisce che Properzio, dopo aver celebrato la carriera poetica di Virgilio nell’ultima elegia del II libro, è giunto a una svolta della sua attività: all’inizio del nuovo libro si preoccupa di definire il programma e le scelte; nella chiusa, invece, annuncerà in modo clamoroso la rottura dei legami con Cinzia e, quindi, la fine della sua poesia d’amore in distici elegiaci. Le elegie iniziali concedono ampio spazio al discorso di poetica e confermano un devoto rispetto nei confronti di Callimaco e di Filita: ora, però, la contrapposizione convenzionale della poesia d’amore, che è poesia di pace, all’epica che canta le guerre, non esclude una possibilità di dialogo e di conciliazione fra i due generi. Il poeta elegiaco, nell’intento di trovare un modo elegante di ammettere la validità dell’epos senza sconfessare la poesia finora coltivata, ricorre proprio a Virgilio e nella IV elegia, aperta da un vibrante annuncio di una guerra imminente (Arma deus Caesar dites meditatur ad Indos), riesce a tributare un omaggio non solo al principe condottiero, che è pronto a muovere guerra agli opulenti popoli dell’India, ma anche all’epos virgiliano: gli basta aprire l’elegia con l’accusativo arma, che crea un chiaro richiamo allusivo nei confronti dell’incipit dell’Eneide. Per risolvere, poi, il dissidio fra l’ispirazione pacifica della poesia d’amore e l’elogio della bellica materia di canto dell’epos, egli s’immagina di assistere al futuro trionfo di Augusto teneramente abbracciato alla propria donna.

Quello delle elegie iniziali del III libro è un compromesso che si regge su un fragile equilibrio. Non è un caso, infatti, che agli arma dell’incipit di III 4 si contrapponga la pax che, nell’incipit di III 5 contraddistingue il dio dell’amore: perché le battaglie degli amanti sono quelle, tutt’altro che cruente, che si combattono nel letto. Il poeta, però, si preoccupa di mettere in chiaro che il suo non è un impegno definitivo, perché il canto d’amore appartiene all’età giovane, ma ben diverso è il programma che egli riserva all’età matura. Nonostante il poeta proclami più volte che amerà Cinzia per sempre e nel concepire pensieri di morte s’immagini le affettuose premure della donna amata sul suo sepolcro, l’unico momento di spensierata letizia è costituito dall’elegia in occasione del compleanno della donna amata (III 10). L’ultima elegia del III libro sancisce l’addio a Cinzia e alla poesia d’amore: il poeta si rende conto di aver esaltato nei suoi versi doti che in realtà Cinzia non possedeva. Nel momento dell’addio ritornano in massa i motivi che hanno caratterizzato la vicenda d’amore, insieme ai topoi della poesia erotica; ma non c’è spazio per i rimpianti e per i ripensamenti, perché è giunto il momento delle maledizioni: Properzio augura a Cinzia che presto la vecchiaia deturpi il suo volto, che i suoi capelli diventino bianchi, che ella possa subire lo stesso disprezzo con cui ha ricambiato il suo affetto.

Trascorrono alcuni anni prima che il poeta riesca a completare una nuova raccolta di elegie. Gli scarsi elementi che ci consentono di fissare una provvisoria cronologia del IV libro oscillano fra il 20 e il 16 a.C.: nel 19 a.C. era morto Virgilio e nel 17 a.C. Augusto aveva affidato a Orazio l’incarico ufficiale di celebrare nei ludi saeculares l’avvento di una nuova età dell’oro. È in questo mutato panorama culturale che si colloca il tentativo del poeta umbro di aprire nuove vie alla poesia elegiaca. Il nuovo modo di concepire l’impegno nel campo della poesia elegiaca è frutto di una convinta adesione all’euforico clima augusteo, che tuttavia non comporta necessariamente il passaggio nel campo dell’epica.

Ridefinire i contenuti della poesia elegiaca significa anche ridefinire il proprio ruolo di poeta. È quello che Properzio fa nell’elegia proemiale (IV 1), in cui cerca d’innalzare la dignità di chi scrive poesia alla stessa altezza di chi nella vita politica e sociale occupa un ruolo di preminenza. Nello spirito dei tempi nuovi, inaugurato dai ludi saeculares del 17 a.C., il progetto di cantare sacra deosque è perfettamente in linea con l’interesse di Augusto per la religione arcaica, per i culti e le consuetudini dei tempi antichi e con la sua propensione a rivitalizzare il passato. Scrivere poesia eziologica assume un forte significato ideologico: come la poesia epica di Virgilio, la lirica civile di Orazio, l’antiquaria di Varrone e la storiografia di Livio, essa non solo può esaltare momenti e aspetti particolarmente cari ad Augusto, ma riesce a tracciare una linea di continuità fra l’arcaica semplicità e il moderno splendore; e come Augusto con la sua opera di restauro e di edificazione di templi e di edifici pubblici sta rifondando Roma senza rinnegare la città del passato, così Properzio, che riscrive Roma grazie alla sua poesia delle origini dei sacra, degli dei e dei cognomina locorum, si accinge a modificare il proprio modo di far poesia in distici elegiaci, ma senza rifiutare quella del passato.

Il personaggio femminile continua a occupare un ruolo di primo piano: esso, tuttavia, non è più di esclusiva pertinenza di Cinzia e dei suoi sfoghi passionali, ma della moglie che la guerra tiene lontana dal marito (IV 3), della vergine Vestale che s’innamora del condottiero dei nemici (IV 4), della ruffiana che a una giovane meretrix impartisce la sua ars amandi (IV 5), della matrona che di fronte al tribunale degli Inferi esalta i principi della morale aristocratica (IV 11). Cinzia stessa, in passato amante infedele, ora rivendica la propria fides (IV 7) ed è pronta a perdonare l’infedeltà del poeta, purché egli accetti le norme di un rinnovato patto d’amore (IV 8).

Fra le molte voci del IV libro è a quella di Vertumno, che non a caso interviene subito dopo l’elegia programmatica, che il poeta ha affidato il compito di chiarire il suo progetto e di proclamare il carattere unitario del libro stesso, nonostante la diversità dei contenuti. Sin dalle parole rivolte al passante, stupito dalle sue molteplici possibilità di trasformazione (IV 2, 1 qui mirare meas tot in uno corpore formas), Vertumno ha il compito di preparare il lettore a una multiformità tematica che, tuttavia, non riuscirà a intaccare il carattere unitario del libro: proprio le sue continue metamorfosi sono il simbolo delle molteplici possibilità di cambiamento dei contenuti del libro e del modo stesso di far poesia: modellata, infatti, da mani esperte, la duttile materia poetica sa adattarsi ai più diversi mutamenti, allo stesso modo di Vertumno nelle sue molteplici metamorfosi. Ciò non implica che il libro di poesia perda il suo carattere unitario, come non lo perde Vertumno nei suoi mutamenti: unum opus est, egli proclama nell’ultimo verso dell’elegia, e proprio per questa sua capacità operi non datur unus honos: l’unità del libro si fonda proprio sulla pluralità di argomenti, che è garanzia di successo per un’opera perfetta.

Ora che è giunto alla conclusione, il lettore è messo in grado di cogliere il senso pieno dell’orgogliosa affermazione incontrata nel v. 22: in quamcumque (sc. figuram) uoles uerte, decorus ero. Trasferite all’attività del poeta elegiaco, queste parole stanno a significare che egli possiede la capacità di piegare il distico ai contenuti più diversi: Properzio può celebrare le origini dei sacra e delle denominazioni dei loca, ma può anche continuare a cantare l’amore, senza snaturare il carattere della sua poesia, che comunque si manterrà sempre nell’ambito del decorum.


Paolo Fedeli, professore emerito di letteratura latina all’Università di Bari, ha rivolto gran parte della sua attività di ricerca agli autori latini del I sec. a.C. e del I d.C.- Ha curato le edizioni critiche del De officiis, del De amicitia, delle Philippicae di Cicerone e delle Elegie di Properzio; commentatore di Cicerone, di Properzio e di Orazio, è autore di numerosi saggi su Virgilio, Tibullo, Ovidio, sul romanzo petroniano e sull’oratoria imperiale.


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