L’Anticristo: la scienza della fine

Gian Luca Potestà
― 5 Dicembre 2019

Inventata per spiegare il ritardo della parusia, cioè del ritorno glorioso di Gesù Cristo sulla terra prima della fine del mondo e del giudizio, la figura dell’Anticristo è stata ed è la figura negativa per eccellenza della apocalittica e della teologia politica cristiane. Chi evoca l’anticristo, chi presenta il nemico come «anticristo», polarizza il conflitto presente, riportandolo nella sfera sacrale delle tribolazioni dei tempi ultimi. Oggi l’Anticristo è ancora al centro dei dibattiti ecclesiastici (è oggetto di fede? fa parte della dottrina cattolica?) e del lessico politico, ufficialmente a partire da Ronald Reagan. Al di là delle convinzioni di ciascuno, il tema merita attenzione: per una comprensione più ravvicinata della genesi e delle trasformazioni sulla lunga durata delle dottrine, sempre risorgenti, che teorizzano la politica non come spazio di mediazione e di ricerca di una convivenza pacifica, ma come campo di forza in cui amico e nemico continuamente si sfidano, sino alla distruzione di uno dei due. In questa prospettiva la questione dell’Anticristo fuoriesce dal quadro dell’escatologia cristiana, in quanto gioca un ruolo importante anche nei campi della teologia politica, della georeligione e della geopolitica.

Tutto comincia da un paio di brevi scritti contenuti nel Nuovo Testamento, la Prima e la Seconda Lettera di Giovanni. Lì si parla per la prima volta di «anticristo». Ma come mostra il primo volume, pubblicato nel 2005 (Il nemico dei tempi finali, con i testi dal II al V secolo), l’anticristo di cui parlano ha la iniziale minuscola. È semplicemente una persona fra tante (impossibile darle un nome) che “in questa ultima ora”, cioè: in questo momento decisivo, mette in discussione – anzi: nega – l’identità divina di Gesù. E come tale rischia di spaccare la comunità di credenti ai quali la lettera si rivolge per metterli in guardia. L’anticristo viene (non: “verrà”, come generalmente si traduce sbagliando, spingendo il testo in una direzione che non è la sua). Altri – dice Giovanni – sono venuti prima di lui, e altri continueranno a venire. Dunque: un avvertimento a non dare ascolto a chi, negando Cristo, rischia di frantumare la comunità, di spaccarla.

Quanto all’Anticristo dei tempi finali, l’ultimo nemico prima della fine del mondo e del giorno del giudizio, si è a lungo creduto che fosse una figura proveniente da antichi miti e saghe. In verità, l’inventore dell’Anticristo con la A maiuscola fu Ireneo, teologo e vescovo, che nella seconda metà del II secolo, unificò in tale figura una serie di precedenti e svariate figure diaboliche citate nell’Antico Testamento. E lo rappresentò come l’avversario destinato a precedere il ritorno finale di Gesù. Il che aiutava tra l’altro a spiegare il ritardo della parusia: prima che Gesù venga, occorre che venga l’Anticristo. E Gesù non ritorna perché, grazie a Dio, l’Anticristo è ancora lontano … Prende così forma il dramma dei tempi finali, alla cui sceneggiatura furono chiamati, per così dire, a contribuire in modo decisivo due testi che non parlano propriamente di Anticristo, ma che vennero presto letti come se parlassero di lui: la Seconda Lettera ai Tessalonicesi (il “Figlio della Perdizione”) e l’Apocalisse (la bestia con il marchio inconfondibile del 666).

Alla costruzione vera e propria della retorica dell’Anticristo contribuirono in modi diversi autori di lingua greca e autori di lingua latina. Nel primo volume i testi greci e latini sono circa equivalenti, mentre nel secondo, uscito nel 2012 (Il Figlio della perdizione, dal V al XII secolo) i latini sono in maggioranza. Vi si trovano le prime biografie immaginarie dell’Anticristo. Celebre e molto diffusa nel Medioevo quella scritta da un monaco franco del X secolo, Adsone di Montier-en-Der. Il secondo volume arriva fino a Gioacchino. L’abate calabrese segna uno snodo decisivo, perché modernizza il discorso sull’Anticristo, e così facendo ne sottrae la figura al decadimento. Gioacchino ragiona sui tempi (è tra i primi a pretendere di stabilire quando precisamente dovrà venire) e sugli spazi. Spiega che l’Anticristo si manifesterà non, come voleva unanime la tradizione precedente, negli spazi ormai remoti di Gerusalemme, da cui i cristiani si erano appena ritirati, ma a Roma.

Sarà dunque una figura diabolica che con la forza e con l’inganno tenterà di impadronirsi della sede di Pietro. Gioacchino voleva mettere in guardia il papa dai rischi che correva, ma di fatto senza volere avviò una trasformazione che avrebbe infine condotto a identificare papa e Anticristo. Tutto ciò si compirà fra XIII e XIV secolo: si comincia con il domenicano Arnold che, facendo leva sulla gematria (la scienza che fa corrispondere a ogni lettera dell’alfabeto un valore numerico) mostra che nel nome di Innocenzo IV sta il 666; e con lo Spirituale francescano Ubertino da Casale, che bolla Bonifacio VIII come la “bestia che sale dal mare” di cui parla l’Apocalisse. Si chiude con Wyclif, il teologo inglese che arriva a sostenere che non un singolo papa, ma il papato come istituzione è divenuto l’Anticristo. Siamo ormai alla vigilia di Lutero.

Sette anni sono trascorsi tra il primo e il secondo volume, e altrettanti sono occorsi per produrre il terzo, uscito nel 2019. Nel complesso l’ideazione e la realizzazione dell’opera (in totale quasi ottanta testi per oltre sessanta autori: 1800 pagine) ha richiesto quasi vent’anni. L’impegno maggiore per il terzo volume, che presenta solo scritti latini, è stato rappresentato dalla difficoltà di scelta dei testi da includere, tradurre e commentare. Tra gli inizi del Duecento e la metà del Quattrocento essi crescono infatti a dismisura e le ipotesi si moltiplicano. Il titolo La scienza della fine vuole indicare in sintesi la pista privilegiata nel libro rispetto ad altre pur possibili: il tema diventa questione discussa nelle aule delle università, oggetto di aspri dibattiti teologici, di calcoli aritmetici e di proiezioni astrologiche.

Peraltro, l’opera non segue solo questa linea “alta”, trattando anche del nemico finale nella predicazione. I predicatori avevano davanti problemi difficili. Se presenti l’Anticristo come imminente – o addirittura come già nato – disponi di una minaccia spaventosa, di un argomento molto convincente da spendere per ottenere una rapida e urgente conversione dei comportamenti da parte delle folle che ti ascoltano. Un predicatore come il domenicano di Valencia Vicent Ferrer, che nei primi due decenni del Quattrocento si fece migliaia di chilometri per predicare l’Anticristo, scelse questa linea, fissando persino a un certo punto una data precisa per la sua nascita, che affermava già avvenuta: 1403. D’altra parte, non mancano spinte in direzione opposta. Il francescano Bernardino da Siena appare assai più prudente, e non senza ragione: se l’Anticristo è alle porte, il tempo dell’istituzione Chiesa e della sua missione evangelizzatrice risulta drasticamente ridotto, è quasi finito…


Gian Luca Potestà è ordinario di Storia del cristianesimo presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del S. Cuore, sede di Milano. Ha insegnato anche a Costanza, Palermo e Parigi. Per la Fondazione Valla ha pubblicato i tre volumi dedicati alla figura dell’Anticristo.


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