L’esecuzione di Babbo Natale

Barbara Castiglioni
― 23 Dicembre 2019

Il pomeriggio del 23 Dicembre 1951, la città di Digione, nel nord-est della Francia, fu teatro di un fatto di cronaca sensazionale: nel pomeriggio, sul sagrato della cattedrale, Babbo Natale fu prima impiccato e poi bruciato. Nel comunicato dei giustizieri, ripreso, nel giorno successivo, anche da France-Soir, si leggeva: «In rappresentanza di tutti i cristiani della parrocchia desiderosi di combattere la menzogna, 250 bambini, raccolti davanti alla porta principale della cattedrale di Dijon, hanno bruciato Babbo Natale», responsabile della paganizzazione della festa della Natività.

La spettacolare esecuzione catturò, com’è ovvio, l’attenzione dell’opinione pubblica e anche quella di Claude Lévi-Strauss, che traeva spunto da questo fatto di cronaca per scrivere il suo Père Noël supplicié. Nel saggio, Lévi-Strauss osservava la natura essenzialmente divina di Babbo Natale, che non è un essere mitico, perché non esiste alcun mito che renda conto della sua origine, né un personaggio leggendario, perché non c’è nessun racconto semistorico collegato alla sua figura: Babbo Natale è, appunto, una divinità, un’entità sovrannaturale e immutabile, caratterizzata da apparizioni periodiche e fisse, e oggetto di venerazione da parte di una specifica categoria di persone: i bambini. C’è quindi una separazione fra due gruppi: gli iniziati – cioè gli adulti, consapevoli della sua non esistenza – e i bambini, che nasconde una contrapposizione più profonda, cioè quella tra morti e vivi, cosa che iscrive la narrazione di Babbo Natale nello schema dei riti di passaggio e di iniziazione. Mentre, però, molti dei simboli e delle leggende connesse al periodo natalizio (le piante verdi, i regali ai bambini, la solidarietà tra padroni e servi, le insidie dei morti ai vivi) presentano nell’intera area indoeuropea, a partire dall’antichità, caratteri molto simili tra loro e sono da considerarsi parte di quelli che Mircea Eliade definiva «riti di rigenerazione del tempo», legati al solstizio d’inverno e successivamente sostituiti dalla festa della Natività di Gesù, la figura di Babbo Natale, invece, osservava Lévi-Strauss, è una creazione moderna, almeno nella sua forma attuale.

Se è vero, infatti, che la sua leggenda deriva dal personaggio storico di San Nicola, vescovo di Myra (nell’attuale Turchia) vissuto nel IV secolo d.C., le cui spoglie vennero trafugate e approdarono, sette secoli dopo, in Puglia, da dove il suo culto si trasmise in tutta Europa e si ibridò nelle regioni germaniche e nordiche con quello di Odino, e che gli storici delle religioni e gli studiosi di folklore ritrovano le sue origini nell’Abbé de Liesse, o Abbé de la Malgouverné, o Lord of Misrule, o Abbot of Unreason – tutti i personaggi che per un periodo determinato sono re di Natale e in cui sono riconoscibili gli eredi dei Saturnalia romani e di quella libertas Decembris di cui parlava già Orazio – è anche vero che l’odierno Babbo Natale e la sua iconografia sono molto più recenti.

Nel 1809, Washington Irving, pubblicò History of New York, opera in cui ironizzava su molte delle tradizioni dei fondatori olandesi di New Amsterdam (la futura Grande Mela): tra le altre cose, l’autore del Mistero di Sleppy Hollow faceva ironia anche sul santo protettore di New Amsterdam, San Nicola, che gli olandesi chiamavano Sinterklaas e festeggiavano il 6 dicembre, raccontando di un certo Oloffe, che una notte sogna «il buon san Nicola, venuto a cavalcare sulle cime degli alberi, su quel carro nel quale porta i regali annuali ai bambini». Il libro contribuì, paradossalmente, a creare i prodromi di una fino ad allora sconosciuta atmosfera che potremmo definire «natalizia», che venne rinforzata qualche anno più tardi, nel 1823, quando Clement Clarke Moore scrisse la poesia A visit from St. Nicholas, conosciuta anche con il titolo di The night before Christmas, pubblicata sul «New Yorker». La poesia di Moore, oltre a battezzare, una per una, le da allora immancabili renne che trainano il carro del portatore di doni – non casuali, se pensiamo che documenti inglesi del Rinascimento menzionano trofei di renne esibite in occasione di danze natalizie, o anche se consideriamo, tornando molto più indietro, come siano un simbolo lunare, legato alla Gran Madre –, contribuì ad associare Babbo Natale alla notte della Vigilia.

Per l’iconografia del Babbo Natale che conosciamo, però, bisognava aspettare ancora, precisamente il 1863, quando Thomas Nast, un celebre disegnatore politico per anni collaboratore dell’Harper’s Weekly, lo rappresentò simile ad un elfo magico, con un lungo vestito a calzamaglia e un cappello, gli orli della casacca in pelliccia e, soprattutto, una lunga barba bianca: il nostro Babbo Natale, reso ufficialmente iconico – meno elfo e più umano – nel 1931 da Haddon Sundblom nelle pubblicità della Coca Cola.

Ma perché, allora, giustiziare Babbo Natale, se la sua versione moderna, scriveva Lévi-Strauss, non è che la disordinata convergenza di antiche celebrazioni la cui importanza non è stata, o non deve essere, completamente dimenticata? Perché scagliarsi contro quello che è – e lo è senza dubbio – un risultato diretto dell’influenza e del prestigio degli Stati Uniti, contro una festa divenuta una manna dal cielo per centri commerciali e siti web – ma cosa, in fin dei conti, non lo è diventato? – , contro la bolgia di luci, insegne e alberi, spelacchiati e non, che invadono le città almeno dalla metà di novembre? Perché non c’è festa, «religiosa o altro, che generi da sé una tale quantità di gesti e immagini infime», scriveva Giorgio Manganelli. Ma non c’è neppure nessun’altra festa, che, mediante la credenza instillata in chi, di volta in volta, si trova ad essere bambino e a credere che i regali provengano dall’aldilà, riesce a procurare un così grande alibi all’impulso segreto di ogni adulto, cioè quello di offrire gli stessi regali all’aldilà sotto il pretesto di donarli ai bambini: in fin dei conti, osservava Lévi-Strauss, «i regali natalizi rimangono un sacrifico autentico alla dolcezza di vivere, la quale consiste innanzitutto nel non morire».


Barbara Castiglioni, laureata in Lettere Classiche, Dottorata in Studi Umanistici presso l’Università di Torino con una tesi sull’Elena di Euripide, si occupa di tragedia antica e di ricezione del classico. Ha pubblicato vari saggi sulla tragedia greca (Music, ritual, and self-referentiality in the second stasimon of Euripides’ Helen: the Dionysian Necessity, «Greek and Roman Musical Studies» 2018, Il Ricordo del Futuro: Il Tempo nel Filottete di Sofocle, «Quaderni Urbinati di Cultura Classica» 2014) e sul rapporto tra dramma antico e moderno (La disarmonia necessaria, «Strumenti Critici» 2013).


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