Il governo di Atene al tempo di Pericle: fu vera democrazia?


― 3 Settembre 2026

Marco Beck, L’Osservatore Romano

Tucidide, autore di un capolavoro assoluto dell’antica storiografia, La guerra del Peloponneso, non concede alcun margine a dubbi o discussioni. Quella che sostiene nel secondo libro della sua opera è una tesi apodittica: l’apogeo della democrazia ateniese coincise con l’ascesa al potere, intorno alla metà del V secolo a.C., di uno straordinario “premier” ante litteram quale fu Pericle, artefice di fondamentali riforme intese a perfezionare, sia nelle strutture politiche e giuridiche sia nella concretezza della società, dell’economia e della cultura, il quadro istituzionale disegnato dal primo legislatore, Solone (594-593), e in seguito (508-507) ristrutturato da Clistene. L’orgogliosa orazione funebre pronunciata da Pericle nel 430 in onore dei soldati caduti durante il primo anno di conflitto con Sparta assurge, nella visione fin troppo celebrativa di Tucidide, a glorioso manifesto della forma di governo in vigore ad Atene, baluardo di libertà e uguaglianza: «Disponiamo di un ordinamento al quale è stato assegnato il nome di democrazia, poiché nell’amministrazione si va non a vantaggio di pochi ma dei più, e per quanto riguarda gli interessi individuali a tutti spetta parte uguale, mentre per quanto riguarda le cariche pubbliche ciascuno è preferito non per provenienza di classe, ma per merito». Facile immaginare l’entusiasmo dell’uditorio. Senonché la hybris imperialistica della più potente tra le poleis greche l’aveva appena trascinata nel turbine di una guerra dall’esito alla lunga catastrofico, anche a causa della prematura morte per peste, nel 429, del suo carismatico leader. Più volte abbattuto e restaurato, il regime d’impianto popolare sarebbe poi a stento sopravvissuto fino alla conquista macedone della Grecia, sancita dalla battaglia di Cheronea (338 a.C.).

Quel panegirico tucidideo dell’Atene democratica inconsapevolmente avviata verso il tracollo costituisce, in virtù del suo spessore etico e letterario, il fulcro del primo di due tomi che Donato Loscalzo, grecista dell’Università di Perugia, ha curato aggirandosi con perizia – tra filologia, antropologia, politologia e giurisprudenza – in un vasto magazzino di testi originali da lui riprodotti e tradotti. Sono lacerti cronologicamente estesi dall’età arcaica al tardo ellenismo, scelti per documentare e illuminare ogni possibile sfaccettatura di un sistema politico germogliato nella Grecia classica e rifiorito, dopo una lunga eclissi, in epoca moderna, con la riaffermazione del principio della sovranità popolare. In Democrazia. La nascita, il consolidamento, i consensi, Volume I (Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori, 2022, pagine lxxxvi-306, euro 50) l’indagine è sorretta dalla solida impalcatura di una introduzione generale e si articola in cinque sezioni tematiche, le cui specificità sono rimarcate da agili premesse: 1) i fondamenti culturali; 2) le basi ideologiche; 3) Teseo, fondatore della democrazia; 4) il nome demokratia; 5) le caratteristiche di un governo democratico. Aperta da brani “prefigurativi” di Omero, Archiloco e Saffo, la rassegna si chiude con citazioni da Plutarco e Diogene Laerzio.

Ancora più ampio è il perimetro delle fonti cui attinge il secondo elemento di Democrazia, frutto anch’esso della partnership Valla / Mondadori (maggio 2026, pagine xxii-394, euro 60), strutturato da Loscalzo come pendant del primo volume, a completamento di un dittico inscindibile, secondo un progetto di Piero Boitani. Testimoni eminenti, fra i quali Pindaro, Erodoto, i tre grandi tragici, Aristofane, Platone, Aristotele, Isocrate, Eschine, Demostene, contribuiscono a certificare, mediante sequenze di excerpta puntualmente contestualizzati, le informazioni e le interpretazioni anticipate dal curatore in apertura delle dieci sezioni che integrano la cinquina del precedente repertorio. L’elenco comprende: il livellamento sociale; la libertà nell’uguaglianza; le basi economiche; le assemblee; il Consiglio; politica e retorica; la giustizia e i tribunali; le magistrature; i rendiconti; la democrazia oltre Atene.

L’obiettivo perseguito a partire dal 2022, e ora compiutamente realizzato, è quello di dimostrare che la democrazia, all’epoca di Pericle come ancora oggi nelle sue declinazioni “aggiornate”, «non è soltanto un sistema politico, è anche un complesso di valori che implica mentalità e prospettive, sociali e culturali, sue proprie». Con radici ideologiche che affondano in uno «spirito critico verso le varie forme di potere» già rinvenibile allo stato embrionale in taluni contesti assembleari dell’Iliade. A sfociare nel modello di Solone e Clistene fu quindi, in realtà, un lento, graduale processo. Un percorso il cui studio analitico, in un XXI secolo segnato da un crescente slittamento verso assetti di governance populisti o autocratici, può rivestire un interesse non solo teorico ma anche pratico, in termini di istruttiva comparazione tra antichità e attualità, fornendo eventuali suggerimenti per la “manutenzione” di istituzioni democratiche entrate in crisi. Così concepita, l’operazione di Loscalzo permette di valutare pregi e difetti nel funzionamento della complessa “macchina” ateniese in base alla duplice angolatura degli osservatori coevi, favorevoli o contrari, e degli studiosi odierni, autori imparziali di approfondimenti leggibili nel commento.

Con particolare acribia vengono vagliati gli organi preposti all’esercizio dei poteri legislativo, amministrativo e giudiziario. Si stagliano come pilastri l’ekklesia, cioè l’assemblea generale del popolo, convocata per l’approvazione delle leggi, la stipulazione dei trattati, la nomina dei magistrati (arconti e tesmoteti); la boulè, ovvero il Consiglio dei Cinquecento, investito di varie funzioni deliberative ed esecutive; il tribunale popolare dell’Eliea. È un’architettura costituzionale che Socrate, nella Repubblica di Platone, paragona a «un mantello variopinto istoriato di tutti i fiori», ma che nella prassi non si reggerebbe senza tre imprescindibili garanzie: l’isonomia (uguaglianza nei diritti), l’isegoria (pari opportunità di esprimere la propria opinione) e la misthophoria (corresponsione di un’indennità per ogni pubblico servizio).

Dall’intreccio di analogie e differenze nel gioco di specchi tra passato e presente scaturisce in definitiva un netto contrasto di civiltà: «Atene aveva ristretto a un numero limitato di cittadini maschi» (essendo esclusi, oltre alle donne, gli schiavi e gli stranieri) «la partecipazione ai dibattiti politici e alle cariche istituzionali, mentre le democrazie sorte tra la fine del XVIII e il XX secolo», non più partecipative bensì rappresentative, «hanno progressivamente esteso i diritti alla quasi totalità dei cittadini, comprese le donne».


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