Marco Beck, L’Osservatore Romano
In una delle prime sale attraverso cui si snoda il percorso della mostra dedicata ai Macchiaioli nel Museo di Palazzo Reale a Milano (in corso fino al 14 giugno) spicca un quadro “alieno”, non di tendenza antiaccademica ma di raffinato e un po’ retorico stile “purista”. Reca la firma di Luigi Mussini (1813-1888), estraneo in effetti al gruppo rivoluzionario di pittori che si riunivano nel Caffè Michelangelo di Firenze, avendo solo marginalmente contribuito alla loro formazione artistica. L’anomalo dipinto in questione evoca una scena di tono aulico ambientata in un giardino: figure maschili elegantemente abbigliate si dispongono intorno a un personaggio ascetico rivestito di una tonaca rossa e intento a discettare; gli fa da contrappunto, seduto in ascolto come su un trono e avvolto in un manto purpureo, un individuo di alto rango. L’annessa didascalia rivela sia l’ambientazione (la villa medicea di Careggi) sia l’identità dei due co-protagonisti: Marsilio Ficino e Lorenzo il Magnifico, attorniati dai membri di un’accademia di filosofi neoplatonici. Resta tuttavia da chiedersi in quale particolare occasione si sia radunata quella élite di intellettuali.
Un normale visitatore della mostra non può saperlo. Dovrebbe aver letto almeno le pagine iniziali del dialogo filosofico di Marsilio Ficino, Sull’amore (De amore), pubblicato – in sorprendente coincidenza con l’apertura della rassegna milanese – a cura di un insigne specialista di Umanesimo e Rinascimento, Stéphane Toussaint, che si è avvalso della collaborazione di Matteo Stefani nel dare alle stampe, grazie alla partnership tra Fondazione Lorenzo Valla e Mondadori, un’edizione davvero pregevole per l’esaustiva estensione del saggio introduttivo, per la scorrevole leggibilità della traduzione di Ivanoe Privitera a fronte dell’originale latino, per l’erudita profondità del commento (pagine ccxxii-514, euro 60). Ed è appunto la lettura del preambolo del dialogo ficiniano a informarci, nella speculare corrispondenza dei dettagli fra testualità e iconografia, che quello raffigurato da Mussini è l’atto inaugurale del «convivio» celebrato in onore di Platone per solennizzare, il 7 novembre 1468, una duplice ricorrenza: «sia il giorno della sua nascita sia l’anniversario della sua morte». Caso notevole di un pittore/lettore ottocentesco capace di ricreare fedelmente sulla tela un evento storicizzato in un testo filosofico di quattro secoli prima.
«Huomo singolarissimo» (definizione di B. Varchi), geniale esponente della straordinaria stagione culturale fiorita – dall’arte alla letteratura, dalla filosofia alla scienza – nella seconda metà del xv secolo, per impulso mecenatesco della signoria medicea, Marsilio Ficino (Figline Valdarno, 1433 – Firenze, 1499) riunì in sé i tre ruoli dell’ecclesiastico, del medico e soprattutto dell’umanista alla guida del neoplatonismo rinascimentale. Dopo aver acquisito una perfetta conoscenza del greco antico per merito dei dotti bizantini emigrati in Italia, in breve arco di tempo il giovane Marsilio tradusse in latino tutti i superstiti dialoghi platonici utilizzando i codici messi a sua disposizione da Cosimo il Vecchio. Il Simposio, affrontato nel 1466, lo folgorò a tal punto da volerlo subito sviscerare. Nacque così, ben presto seguito da un più accessibile “volgarizzamento”, il De amore, che, in rapporto a quel «primo testo di filosofia d’amore di tutta l’antichità», si segnala come «il primo commento di tutta l’età moderna». Anche se ridurlo alla pura dimensione ermeneutica risulterebbe alquanto riduttivo. Giacché – ancora secondo Toussaint – «dopo Dante, poeta dell’amore divino, e dopo Petrarca, poeta dell’amore umano, il filosofo Ficino inventa un modo nuovo di pensare l’eros». Un modo che, riallacciandosi al platonismo socratico e arricchendolo di sviluppi concettuali nell’interpretarlo e spesso trasfigurarlo, lo armonizza con il messaggio cristiano in forza di un connubio tra fides e ratio consono anche al magistero di san Giovanni Paolo ii. Socrate assurge così a plausibile adumbratio Christi.
Nel De amore Ficino e i suoi sodali, fra cui l’amico prediletto Giovanni Cavalcanti, ripercorrono a grandi linee il tracciato del capolavoro di Platone. Si avvicendano in una partitura composta di sette “orazioni” per riproporre selettivamente, approfondire e in parte cristianizzare le tesi sostenute nel Simposio (dove risaltano gli interventi dell’immaginifico Aristofane e dello stesso Socrate, carismatico “portavoce” dell’ispirata profetessa Diotima) dai commensali del poeta tragico Agatone, interpreti di un acceso dibattito circa l’origine, la natura, la fisiologia, la fenomenologia, la potenza di Eros, concepito come un “demone” semidivino. Ma è proprio da uno slancio di autonomia nella rielaborazione della teoresi platonica che sgorgano, nella cornice di Careggi, le riflessioni di maggiore suggestione antropologica e teologica.
Principio fondante dell’edificio teoretico eretto da Ficino è quel dominio universale di Eros, «magico regista di tutto il sistema vivente», che riempie di significato «entità altrimenti astratte e separate», ridotte a «vuote parole», quali «mondo e dio, materia e idea». Un altro cardine del pensiero ficiniano radicato nell’archetipo di Platone è l’assoluta compatibilità di due forme d’amore solo in apparenza antitetiche: l’una corporea, estetica e procreativa, l’altra mentale, casta e contemplativa, protese entrambe verso il Bello, sublime «porta di Dio», nel perseguimento di una divina bellezza dell’anima. In sostanza, l’eros eterosessuale incarnato in una coniugalità feconda, orientata a «perpetuare la vita nelle cose mortali», e l’intima amicizia virile immune da cedimenti all’omosessualità rivestono uguale dignità e valore nella costruzione pratica di un’umanità ideale.
«Nelle mani sapienti di Ficino» – ricapitola Toussaint – «la teodicea cristiana sfocia in una cosmodicea erotica, in un cosmo governato dalla giustizia d’amore, dove ogni essere trova il suo posto e la sua risposta».


