La forza di Eros raccontata da Marsilio Ficino


― 20 Maggio 2026

Barbara Castiglioni, Il Giornale

Gli Inni orfici; la magia spirituale; gli angeli caldaici; il culto dei demoni; i maghi; gli oracoli; e poi Zoroastro, Apollonio di Tiana, Porfirio, Socrate, il leggendario Corpus Hermeticum. Soprattutto, Platone. Tutto questo – e molte altre cose – contiene, come uno scrigno prezioso, il nuovo volume della Fondazione Valla, Marsilio Ficino. Sull’Amore (a cura di S. Toussaint, Mondadori, € 60), che inaugura le pubblicazioni Valla dedicate all’Umanesimo. 

Filosofo, medico, prete dalle ampie conoscenze astrologiche, Ficino era nato il 19 ottobre 1433 a Figline Valdarno da Diotifeci d’Agnolo – medico di Cosimo de’ Medici – e si era trasferito ancora adolescente a Firenze. Nel 1463, riceve dal “Vecchio” Medici un podere a Careggi, dove traduce Platone – come ha già tradotto, su ordine di Cosimo, il mitico Ermete Trismegisto. Platone, scrive Ficino, era morto mentre era a disteso ad un banchetto, a 81 anni, il giorno in cui era nato, il 7 novembre: una data che, fino all’epoca di Plotino e Porfirio, era celebrata ogni anno dagli antichi platonici. Composto da sette orazioni, Sull’Amore non è un semplice commento, né tantomeno un commento sistematico al Simposio di Platone, ma un’interpretazione che parte dalla tradizione antica per fornire una nuova immagine dell’Amore. Ficino delinea e interpreta solo quelli che sono, secondo lui, i passi-chiave del Simposio: la comparsa dell’Amore nel caos primordiale; la differenza tra l’Amore celeste e l’Amore volgare; l’universalità dell’Amore; l’umanità primitiva scissa in due nel mito di Aristofane; il Bello incorporeo e l’Amore felice; l’Amore demonico e l’Amore divino; il morbo d’amore e il furore erotico; l’amore socratico. 

Il De Amore è pieno di sorprese: come dimostrano gli entusiasmi ficiniani per «l’amicizia dei demoni» platonici, il loro culto e l’essenza magico-demonica della propria fede nell’amore – piuttosto audaci per un prete del tempo. O l’evoluzione, per certi versi trasgressiva, delle teorie fisiognomiche antiche – ancora molto presenti, come dimostrano pensieri come «nel genere maschile affascinano più prontamente uomini o donne soprattutto sanguigni o in parte collerici con grandi occhi azzurri e splendenti» – che, sulla scia di Plotino, portano Ficino a mettere in dubbio che un corpo brutto debba necessariamente esprimere un’anima cattiva. Fino al pensiero, già suggerito da Massimo di Tiro, che il sesso non sia erotico. Ficino preconizza un sinuoso paradosso: la continenza atta a incrementare la seduzione erotica. Non molti hanno inteso – e portato davvero a compimento – la portata erotica del suo pensiero che, come scrive Toussaint, non è che l’immagine «di un desiderio che vuole stare in cielo e non in catene». Ma l’aveva capito senza dubbio Karen Blixen che, molti secoli dopo, faceva dire al protagonista di Erenghard, Cazotte: «che cosa vuol dire seduzione se non l’abilità di indurre l’oggetto sul quale concentriamo i nostri pensieri a rivelarci la sua più intima essenza e a conquistare inoltre, nell’atto stesso di quel dono, una bellezza che in nessun’altra circostanza avrebbe mai potuto raggiungere?». Proprio come Ficino, la Blixen e Cazotte, però, sanno bene che, per rendere l’erotismo eterno, la seduzione non deve essere consumata: e che «l’autentico e leale seduttore, quando ha ottenuto il sorriso, l’occhiata, il valzer o le lacrime, saluterà deferente la dama, col cuore colmo di gratitudine, e avrà una paura soltanto: quella di poterla rincontrare». 


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