Sull’amore di Ficino

Stéphane Toussaint
― 18 Marzo 2026

Socrate insisteva nel confessarsi ignorante, o per meglio dire, sapiente della propria insapienza. Per contrasto, la sua affermazione di conoscere le cose di Eros, secondo Platone nel Simposio (201d), risaliva all’insegnamento della misteriosa Diotima, profetessa di Mantinea esperta d’amore.

Fra i problemi periodici della critica platonica, quello della sincerità di Socrate, finto o sincero innamorato di Carmide, Fedro, Agatone o Alcibiade a seconda del dialogo, appare il problema più ricorrente, legato com’è all’ironia metodica del filosofo. Infatti, sia l’eironeia socratica di Repubblica (337a 3-7), sia l’apate di Simposio (222b 4), interpretate lungo i secoli in modi diversi, coprono l’arco semantico della dissimulazione e della dissomiglianza, per cui non v’è speranza di giungere ad una soluzione critica assoluta circa la definizione del cosiddetto amore socratico, intinto di derisione e duplicità. Mirabile paradosso! Ma paradosso iniziato e voluto da Platone, che nel Carmide sosta sulla carnalità di Socrate e nel Simposio sulla sua ascesi disincarnata, ponendo sotto il segno di una nativa polarità tutti i giudizi successivi espressi sull’eros pedagogico di Socrate dal fatidico processo del 399 in poi, si pensi a Senofonte, Cicerone, Plutarco, Massimo di Tiro, Proclo, e tra i moderni, a Gesner, Vlastos, Vegetti, Hadot.

Dopo Proclo nel Commento al Primo Alcibiade e prima di Gesner nel Socrates sanctus paederasta, prende posto Marsilio Ficino (1433-1499), primo commentatore del Simposio in latino e in lingua volgare.

L’iniziativa di Ficino, che traduce nel 1466 il Simposio dal codice greco ms. Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 85.9, e giunge poi tre anni dopo a commentarlo in profondità, richiede una spiegazione alla luce di quanto precedentemente detto sull’amore socratico. È un amore problematico fin dall’Antichità, ma ancor più equivoco nella Firenze del Quattrocento, città degli amori maschili sorvegliati dagli Ufficiali di Notte, magistrati incaricati del “buon costume”. Già intorno al 1435 il fallimento versorio di Leonardo Bruni sul Simposio tradisce le difficoltà che costringono il celebre cancelliere umanista ad interrompere la sua versione latina del dialogoplatonico. I tempi non erano maturi.

Sotto questo specifico profilo, Ficino non teme di indagare l’amore omoerotico, di valorizzare la divina bellezza maschile, fonte di salvezza, né di proporre Socrate, nuovo Cupido sceso in terra, a modello “demonico” ed educatore dei giovani fiorentini.

Per ovvio contrasto con il Timeo commentato dalla tarda Antichità e lungo tutto il Medioevo latino fino a Ficino, il Simposio lasciava poco spazio all’interpolazione cristiana. Dopo Origene, che teologizzava l’eros platonico, Metodio di Olimpo, nel III secolo aveva tentato di emulare Platone in un cristianissimo Simposio, casto elogio della verginità. Ma all’infuori delle favole invero molto poco cristianizzabili degli androgini tagliati in due e del concepimento di Eros da genitori ubriachi, tutto il resto, cioè l’amore per i ragazzi, la scelta meticolosa del migliore amante, il modo meno sconveniente di appagarlo – anche sessualmente –, gli amplessi di Alcibiade e l’innamoramento di Socrate, sbarrava la strada ai più intrepidi cristianizzatori del Simposio.

Dunque, in assoluto primo traduttore e commentatore del Simposio, Marsilio Ficino fa rivivere nel 1469 l’insegnamento neoplatonico, per lui provvidenziale, sul demone erotico di Socrate, potente mediatore cosmico e politico. Dopo il cardinale Bessarione, che discolpava Socrate da ogni sospetto pederastico, prima mossa verso la sua santificazione negli Adagia di Erasmo, vediamo Ficino mettere i suoi passi nelle orme di Massimo di Tiro, Plotino e Proclo, sostenitori della natura trascendente dell’eros socratico. Senza mai dimenticare la questione scolastica dell’amore creaturale e divino, e senza smettere di riflettere sull’intelletto d’amore di ascendenza stilnovistica, Ficino avanza per altre vie.

Dallo spoglio dei codici bizantini di Platone, la nuova cultura ficiniana estrae idee rivoluzionarie e conturbanti come, per esempio, l’antichissimo Eros primigenio, ordinatore del caos originario, la Bellezza della Venere celeste, gemella invisibile della Venere genitrice, e il “parto nel Bello” dell’uomo innamorato.

Per la prima volta dopo dieci secoli, riandando al testo platonico di Simposio 206d, con le note variazioni di Diotima sul verbo kuo (essere pregno) e sull’aggettivo enkumon (gravido), Ficino definisce l’eros non più come amore eterossessuale stilnovistico, sublimato in Dante nella figura di Beatrice (Rime XXIV, 9, 14: e quell’ha nome Amor, sì mi somiglia), ma come parto dell’animo iniziato all’eros da un maieutico Socrate simile a Cupido (De amore VII 2: Socrate fu un vero amante e simile a Cupido).

Salendo di un gradino nella metafisica e in aperta concorrenza con le dottrine medievali, imperniate sull’amore razionale come possesso del Bene nel coordinamento tra amor sui e amor Dei, il De amore ficiniano porta alla ribalta l’istinto occulto del Bello trascendente ingenito nell’anima del Mondo e nell’anima umana. Oltre il conflitto tra godimento carnale ed eudaimonia erotica, la contemplazione e la condivisione del Bello ha un peso determinante sulla nuova gnoseologia d’amore: la via sembra tutta tracciata verso un consapevole distacco dalle problematiche aristoteliche e poi averroistiche, nella misura in cui l’ascesa mentale dal particolare all’universale non si arresta al sensibile e non si ferma all’individuo. Così, le anime desiderose di amare fino in fondo la Bellezza godono di un accesso all’archetipo divino.

Nel Quattrocento la lezione di Diotima, ampliata, anzi trasfigurata da Ficino, non si esaurisce nel ritirarsi a vita contemplativa e teorica, nel puro bios theoretikos. In manifesta sintonia con la missione devoluta all’eros socratico nella Firenze medicea, l’amore ficiniano opera per la polis nel far crescere uomini veramente umani, membri di una grande “famiglia platonica” poetica, pacifica, gioiosa e celeste. Inizia da quel momento per il De amore una posterità straordinaria. In quanto pensatore Ficino crea un mito e in quanto scrittore inventa una maniera. Come spiegare altrimenti la sua fortuna da Pietro Bembo e Leone Ebreo fino a Goethe e a Keats, ovvero dagli Asolani alle Affinità elettive fino all’Ode su un’urna greca, se non per la geniale novità del Fiorentino che riplasma più di mille anni di dottrine d’amore?


Stéphane Toussaint è Directeur de recherche presso il CNRS – Università La Sorbona, Centre André-Chastel, Parigi. Laureato alla École Normale Supérieure di Parigi Rue d’Ulm, ha studiato filosofia e letteratura rinascimentale presso le Università della Sorbona e di Parigi-Nanterre. Entrato al CNRS nel 1992, ha poi conseguito nel 2002 l’Habilitation à diriger les recherches all’EHESS, con un lavoro sul Neoplatonismo e il Rinascimento, incentrato su Marsilio Ficino e il suo ambiente intellettuale. Il suo percorso accademico e scientifico è stato coronato nel 2009 dal prestigioso Prix Monseigneur Marcel dell’Académie Française. La sua bibliografia comprende numerose monografie e curatele di opere, oltre a più di un centinaio di articoli. Dal 1999 dirige la rivista internazionale «Accademia» e presiede la Società Marsilio Ficino. Tra i suoi ultimi lavori, Fonction et condition des intellectuels humanistes (2019), Contre la pestilence: sommes-nous encore humains? (2021), Sangallo, Ghirlandaio et Ficin ou le Soleil de Santa Trinita (2021), Botticelli, Politien et Boccace (2022), Éros à l’origine de l’art (2022).


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