Lorenzo Perilli, Alias Domenica – Il Manifesto
La Fondazione Lorenzo Valla ha finalmente i «suoi» Presocratici: con la pubblicazione del III volume Sentieri di sapienza dalla Ionia ad Atene, da Anassagora agli Atomisti (Mondadori, pp. XXXII-686, euro 60,00) si conclude l’edizione a cura di M. Laura Gemelli-Marciano, e la comunità dei lettori ha trovato qualcuno che abbia davvero qualcosa da dire su un momento fondamentale della storia della civiltà, e che tenacemente tenti di scalfire le incrostazioni che quel momento hanno fossilizzato in schemi ripetuti per secoli, facendone l’oggetto dell’applicazione quasi violenta di categorie teoriche e di definizioni moderne. Anche in questo terzo volume continua un percorso che vuole inserire un cuneo tra il mondo di Platone, di Aristotele e dell’ellenismo, e quello che li precedette. Questo sguardo all’indietro serve a salvare i testi antichi, e noi stessi, da quella identificazione forzosa proposta dalla filosofia moderna, a partire almeno da Hegel e da Schleiermacher, basata sull’idea di un Geist (qualunque cosa esso sia) che si dispiega nella storia, a partire dallo spartiacque collocato già dagli antichi tra sophia e philosophia, e dal tentativo di riassorbire la prima nella seconda.
È evidente la sofferenza esegetica di cui questa edizione è il risultato, l’urgenza di una proposta interpretativa. Non è banale avere qualcosa da dire su questi brandelli di civiltà sui quali chiunque si è esercitato. Non tutti, non sempre, vorranno condividere le tesi interpretative: ma sarà difficile restare indifferenti. Capire i cosiddetti presocratici è operazione difficile, essi, dice la curatrice, «pretendono una lunga frequentazione, un’attenzione costante ed esclusiva e, non da ultimo, anche una trasformazione del proprio modo di essere e di pensare», monito questo esplicitamente rivolto alle generazioni future, se vorranno ancora cercare di capire, gli antichi e se stessi.
Ogni volta che osservo, sui ripiani della mia biblioteca, le molte edizioni dei Presocratici allineate una accanto all’altra, fatico a resistere alla sensazione che in più di un caso, com’è tipico delle epoche di compilazione e di erudizione, si tratti di raccolte di materiali prive di reale motivazione, il cui principale obiettivo è quello della completezza, della quantità, del cesello accademico. O, in alternativa, del dettaglio finissimo: tanto fine che a volte ne risulta impercettibile la rilevanza. Siamo in un tempo che risuona di una nuova forma di classicismo, attenta a sviluppare laboriosi, ma anche ripetitivi percorsi concettuali che invece di essere frutto di un sofferto confronto con l’originale ruotano attorno a clichés esegetici che contribuiscono a perpetuare, con l’esigenza, che sentiamo naturale, «di mantenere intatta l’immagine della Grecia come isola felice di razionalità». Era, non a caso, esigenza già di Platone: è lui che nel Politico descrive un mondo greco che da sempre è in lotta per avere la meglio sul «mare infinito della disuguaglianza», fermare «la massa tumultuante e irrazionale». La rassicurante stabilità dell’ordine, che Platone attribuisce agli dèi, Aristotele vorrà ritrovarla nella storia del pensiero, attuando una normalizzazione che si esprime attraverso categorie estranee a quel mondo che, sebbene distante in alcuni casi solo pochi decenni, era rapidamente diventato sempre più estraneo.
L’edizione di cui stiamo parlando è consapevole di tutto questo. Questo terzo volume raccoglie, traduce e commenta in quasi 700 pagine i testi relativi a cinque sole figure: Anassagora, Melisso, Diogene di Apollonia, Leucippo e Democrito, che rappresentano il coronamento di un percorso partito da Talete e passato poi attraverso Anassimandro, Anassimene, Pitagora e i Pitagorici, Senofane, Eraclito, Parmenide, Zenone, Empedocle – gli autori compresi nei primi due volumi. Vi sono in esso circa venti tra frammenti e testimonianze non presenti in altre edizioni. Per ciascun autore, la sezione di testo e traduzione è preceduta da una specifica introduzione su biografia, opere, lineamenti concettuali.
Il frontespizio è una dichiarazione d’intenti: ci vengono proposti dei «Sentieri di sapienza», esplorazioni spesso esitanti, figlie di una storia – non sistemi filosofici. L’approccio dell’edizione non ruota attorno a definizioni teoriche ma guarda alle pratiche reali, alla storicità delle figure e alla pluralità dei contesti, anche pragmatici, in cui si trovarono a operare. La natura di «frammento» di queste testimonianze da sempre contribuisce al loro fascino, poiché questa decontestualizzazione ha permesso qualsiasi interpretazione e manipolazione.
Non è facile, scardinare uno schema esegetico che ha segnato l’immaginario culturale dell’occidente, ma lo sforzo di una ricollocazione concettuale e storica è evidente. Nessuna unità di intenti o condivisione di principii univa quelli che siamo abituati a identificare in riferimento a Socrate, facendone dei ‘precursori’. A chi scavi più a fondo, appariranno contraddizioni e incertezze piuttosto che sviluppi lineari; apparirà l’estraneità di quei testi ai nostri paradigmi culturali; appariranno i riscoperti colori della società antica, invece del bianco marmoreo, quando non funereo, del neoclassicismo.
Il volume ha solide fondamenta filologiche, offre puntuali scelte traduttive e soprattutto ci mette di fronte una non dissimulata originalità di interpretazione. Ruolo dominante rivestono gli atomisti, Leucippo e Democrito, che data l’evanescenza storica del primo si identificano poi con il solo Democrito. Spicca la separazione di Melisso dalla tradizione eleatica: già la collocazione in un volume diverso da quello di Zenone e Parmenide è eloquente, e anche la scelta di includere una figura peculiare come quella di Diogene di Apollonia era tutt’altro che scontata.
I sentieri di sapienza, partiti dalla Ionia e passati per la Magna Grecia, arrivano così ad Atene. I tre centri geografici del pensiero antico si succedono e si sovrappongono, ciascuno con una visione del mondo diversa ma accomunati dal desiderio di capire, di dare risposta allo stupore che prova chiunque si interroghi sul mondo. Ad Atene, la filosofia muove verso una dimensione più speculativa, una nuova «fiducia nelle capacità dell’intelletto». C’è un dibattito che si svolge spesso a distanza e coinvolge ambienti culturali collocati alle estremità opposte del mondo antico, attestando un’efficace circolazione della cultura. I rapporti diretti, tuttavia, sono spesso solo frutto dell’immaginazione nostra e già degli interpreti antichi. L’edizione di Laura Gemelli non manca di ribadirlo, Melisso è un caso paradigmatico: nessuna conclusione è detta possibile circa i rapporti tra Melisso e l’atomismo, e anche il nesso con Parmenide è rivisto sotto altra luce, per concluderne che le due opere sono molto diverse per sostanza, nascono in contesti pragmatici diversi e hanno finalità diverse, a Melisso – che mantiene i tratti del sapiente ionico – sono estranei tanto il significato quanto la funzione delle idee di Parmenide, come lo saranno per Aristotele, e l’essere di cui parla l’uno non è l’essere di cui parla l’altro.
Concetti fondamentali come quello di apeiron vengono riletti in continuità con la tradizione arcaica, mentre elemento ricorrente nei tre volumi è il contesto pragmatico rappresentato dal rapporto tra gli antichi physiologoi e il loro uditorio, con la notevole eccezione di Democrito e di Diogene di Apollonia: scopo e occasione dell’opera di Anassagora è «l’esibizione davanti a un pubblico che si attende una rappresentazione grandiosa» di quel nous che «agisce come una divinità» e ordina il mondo secondo i suoi piani. Un contesto che muterà radicalmente quando, pochi decenni dopo, la ricerca verrà affidata ai dibattiti di scuola, a una dialettica costruita, alla lettura di testi scritti.
Ricorrono con regolarità confronti con opere della letteratura tecnica, in particolare gli scritti, non solo medici, raccolti sotto il nome di Ippocrate, esempi rari di come poteva presentarsi uno di quei trattati presocratici dei quali abbiamo soltanto poche citazioni: si ricontestualizzano così i testi dei nostri autori nell’alveo di scritti tecnici, nel senso greco di una techne che è conoscenza unita a una dimensione pratica, applicativa, funzionale, cosa che risulta con evidenza per Diogene di Apollonia e i suoi interessi medico-fisiologici, ma anche per Anassagora e ancora di più per Democrito: temi biologici e medici, di fisiologia, embriologia e nutrizione, zoologia e botanica, conformazione degli organi di senso e processi percettivi, fino alla stupefacente varietà di interessi attestata per Democrito.
Che non è più quello che ci tramandano Aristotele e Teofrasto, tantomeno quello delle elucubrazioni neoplatoniche: un’attentissima Quellenforschung – quello studio analitico e disperato delle fonti oggi non più di moda – permette di delineare un profilo quantomeno più verosimile tanto del personaggio, quanto delle nozioni per il quale tutti lo conoscono: nozioni di cui vengono rimesse in dubbio le interpretazioni correnti e non di rado corrive, fino a quelle di atomo e di vuoto, le due chiavi intorno alle quali ruota l’intero edificio democriteo.
Emergono così figure vive, autonome, originali, figure complesse e non sistemi filosofici, figure al tempo stesso diverse e simili rispetto a noi, se solo siamo disposti a fare, insieme con la curatrice, lo sforzo di dedicare alla riflessione quei «tempi molto lunghi», quell’analisi approfondita e insomma quella immedesimazione auspicata già dalle prime righe di questo lavoro.


