Pindaro

Le Nemee

A cura di Maria Cannatà Fera

Pubblicato il 03/06/2020
688 pagine
ISBN: 9788804715641
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Con la pubblicazione del terzo volume, che contiene le Nemee, si completa la serie dei quattro che la Fondazione Valla dedica all’opera di Pindaro, il più grande poeta lirico dell’antichità e uno dei maggiori di tutti i tempi: undici odi, delle quali tre non sono legate ai giochi nemei, ma che i grammatici alessandrini inclusero sotto la medesima etichetta. Se quelli di Nemea, che si tenevano ogni due anni presso il tempio di Zeus in una vallata boscosa del Peloponneso, erano considerati giochi minori rispetto a quelli quadriennali di Olimpia e di Delfi, le Nemee non sono meno affascinanti delle Olimpiche o delle Pitiche, e certo pari alle Istmiche.

È sufficiente ascoltare la voce di Pindaro per andare oltre le definizioni di poesia cortigiana e poesia civile tra le quali la critica ha ondeggiato per secoli. La sua è poesia e basta, agonistica certo e d’occasione, perché celebra la vittoria in una competizione atletica, ma è lirica, come diceva l’autore del Sublime, che nel suo trasporto creativo infiamma ogni cosa. Eccolo, il Pindaro delle Nemee, spingersi verso i limiti del mondo, le Colonne di Eracle, e raccontare i miti con la velocità e l’aura che gli hanno dato la fama: le nozze splendide di Peleo e Teti; Achille, biondo fanciullo, a caccia di leoni, cinghiali e cervi; la contesa tra il forte Aiace e l’astuto Odisseo per le armi del Pelide; ed Eracle, e Telamone, e Castore e Polideuce. «Una» afferma Pindaro nella sesta Nemea, «la stirpe di uomini e dèi: da una sola madre / è il respiro a entrambi. Ma potenza in tutto diversa ci / separa, ché niente noi siamo, / mentre il cielo di bronzo è per essi eterna / incrollabile sede». Eppure, gli uomini, le cui generazioni sono come i campi, che un anno danno frutto e un anno no, «in qualcosa» somigliano, «nel gran senno o l’aspetto, a immortali». La giovinezza è «possente, messaggera delle divine / tenerezze di Afrodite», e lei Pindaro invoca all’inizio dell’ottava Nemea. Ma più spesso chiama la Musa, che «oro / salda e candido avorio / e fiore di giglio, sottratto a rugiada marina». Non è, lui, uno scultore: che crea «statue / dritte sulla loro base, / immobili». No, lui fa rotta «su navi / o barche leggere», e vola come un’aquila oltre il mare. Un commento molto ricco, e una traduzione bellissima, accompagnano queste Nemee.